di Barbara Morra
La Stampa, 2 gennaio 2026
La visita alla Casa circondariale del Cerialdo di Cuneo di una delegazione di Radicali, Possibile e Avs. “Un carcere che non è sovraffollato ma che, nei fatti, è saturo. Un luogo che dovrebbe rieducare e reinserire e che invece finisce per logorare chi lo vive e chi ci lavora”. È l’immagine che emerge dalla visita nel carcere di Cuneo da parte di una delegazione di Radicali Italiani, Possibile e Avs. Al termine dell’ispezione il giudizio è netto: “La situazione del carcere di Cuneo non è dignitosa”. A dirlo sono Filippo Blengino e Bianca Piscolla, rispettivamente segretario e membro della giunta nazionale di Radicali Italiani, insieme a Giulia Marro, consigliera regionale di Avs, e Francesca Druetti, segretaria di Possibile.
“Abbiamo percepito la sofferenza - spiegano -. La sofferenza degli operatori e degli educatori, costretti a lavorare in una condizione cronica di carenza di personale, e quella dei detenuti, costretti a vivere in condizioni non degne di uno Stato che si definisce di diritto”.
Mancano i mediatori culturali - Il dato più evidente riguarda il personale: un solo educatore ogni cento detenuti e una totale assenza di mediatori culturali, nonostante una consistente presenza di persone straniere. “I mediatori sono pochissimi in tutta Italia - sottolinea Blengino - a volte dipendono dall’amministrazione penitenziaria, altre volte sono il frutto di singoli progetti. Ma a Cuneo non ce n’è nemmeno uno, ed è assurdo se si considera che una grande fetta della popolazione detenuta è straniera”. Molti di loro, aggiunge, “sono in carcere per reati poco gravi, per i quali potrebbero essere previste misure alternative”. Particolarmente critiche le condizioni della sezione di isolamento. “Abbiamo visitato più di quaranta istituti - racconta Blengino - e rispetto ad altri a Cuneo l’isolamento è sottoterra. Questo la dice lunga. Nei corridoi passano i tubi, è come stare in una cantina”. Qui sono recluse persone “sia per ragioni disciplinari sia per isolamento medico-psichiatrico non a rischio suicidario, persone che possono andare in escandescenza”. Durante la visita, una delle celle risultava inagibile: “Aveva i vetri spaccati, il soffitto del corridoio era rovinato. Sono condizioni degradanti”.
Il lavoro resta un’eccezione - Formalmente il carcere non è sovraffollato, ma “i continui sfollamenti lo rendono di fatto saturo”, spiegano i Radicali. E il lavoro, elemento centrale del percorso rieducativo, resta un’eccezione. “I lavori interni sono quelli classici: lo scopino, il portantino, il cuoco - prosegue Blengino -. Parliamo di circa novanta detenuti su quasi quattrocento. Anche considerando la turnazione, significa che per la gran parte del tempo le persone stanno in cella a guardare il soffitto”.
I progetti attivi, aggiunge, “sulla carta esistono, ma coinvolgono numeri minimi: i semiliberi sono una ventina, il progetto del pane occupa due o tre detenuti”. Il tema, per Blengino, è anche quello del monitoraggio costante e della denuncia pubblica. Da qui anche l’appello al territorio: “Chiediamo al Comune di Cuneo di interessarsi di più, di comprendere che il carcere fa parte del tessuto cittadino e di attivare un percorso per i mediatori culturali, così come alle Asl. Altri comuni di centrosinistra, su questo, sono avanti”.
Appello a istituzioni e società civile - Per Giulia Marro, “ogni visita in carcere restituisce una fotografia chiara: un sistema isolato, che si consuma al suo interno e fatica a essere visto dall’esterno”. A Cuneo questo isolamento si traduce “in strutture vecchie e sporche, in persone detenute che vivono in condizioni non dignitose e in una polizia penitenziaria ridotta all’osso, lasciata sola a reggere una tensione continua”. La consigliera regionale ringrazia i Radicali per aver promosso una visita collettiva: “Non è solo un gesto di attenzione, ma uno strumento politico. L’opacità e la distanza tra carcere e società sono un problema democratico”.
L’appello finale è rivolto alle istituzioni e alla società civile: “Servono opportunità e determinazione perché il carcere di Cuneo possa ospitare attività culturali strutturate, oggi quasi del tutto assenti”. Perché, ricorda Marro citando Peppino Impastato, “se si insegnasse la bellezza alla gente, si fornirebbe un’arma contro la rassegnazione”. E conclude: “Come ha commentato Daniela Melotti, iscritta di Possibile che ha partecipato alla visita: “in un carcere la cultura è l’unico strumento che permette a una persona di pensarsi altro rispetto al reato commesso”.










