di Elisa Sola
La Stampa, 19 settembre 2024
La ricostruzione con i video delle telecamere, le intercettazioni e le testimonianze dei feriti. Di lì nasce il primo esposto finito, pochi giorni dopo, sulla scrivania del procuratore Dodero. Tutto è iniziato nella stanza 416. Alle 21,30 del 20 giugno 2023. I detenuti sbattono cucchiaini e caffettiere contro le sbarre. Fanno rumore, perché uno di loro sta male da due giorni, ma nessuno lo visita. Quello che succede dopo viene ricostruito con i video delle telecamere, le intercettazioni e le testimonianze dei detenuti feriti. “È arrivato un poliziotto e ha detto: “Che problemi avete? Continuate pure a fare rumore, tanto non arriva nessuno a visitarlo”. Dopo dieci minuti un agente lo ha portato via. È passato ancora del tempo. Sono entrate 20, 25 guardie e hanno iniziato a picchiare. Alcuni avevano l’uniforme, altri no. Uno aveva i guanti neri. Un altro gli occhiali da sole”.
Il pestaggio di quella notte nera nel carcere di Cuneo è l’oggetto del primo esposto finito, pochi giorni dopo, sulla scrivania del procuratore Onelio Dodero. La grande inchiesta che tuttora vede indagati 33 agenti della polizia penitenziaria, anche per altri episodi risalenti fino al 2021, nasce da questo episodio. Il trattamento che avrebbero subito i detenuti pachistani delle celle 416 e 417 costituisce, anche secondo la gip di Cuneo, il reato di tortura. I detenuti erano stati picchiati, denudati e costretti a un isolamento illegittimo per tutta la notte. Le ferite e i lividi sono stati esaminati dal medico legale. La giudice ha ritenuto attendibili le versioni dei carcerati: “Di autentica sincerità”.
Una vittima ricorda: “Hanno continuato a picchiare anche fuori dalla cella. Per le scale hanno schiantato la testa di uno contro il muro. Nell’infermeria ci hanno presi a calci e pugni. Un poliziotto ci picchiava con la sedia, ma un altro lo ha fermato. Dicevano: “Adesso parla italiano, che sai parlare, lo so che parli l’italiano”. Le vittime sono tutte immigrate. “Pakistani di m...”, si sarebbero sentite dire. A un altro carcerato, un poliziotto avrebbe detto: “Se domani non ti tagli barba e baffi ti pesto di nuovo”.
Le violenze di gruppo, così le descrivono i testi, sarebbero proseguite anche all’interno dell’infermeria. “Dopo che i poliziotti hanno finito di picchiarci - ricorda un altro detenuto - hanno chiesto a chi era per terra se stava bene. Anche il medico lo ha domandato. Eravamo tutti impauriti, abbiamo detto di sì. Poi ci hanno portati via in una stanza, in isolamento. Abbiamo passato tutta la notte senza acqua e cibo. Ci hanno liberati verso le quattro di sera del giorno dopo. Per due o tre giorni non ci hanno fatti cambiare. C’è chi è andato al Pronto soccorso solo al quarto giorno, dopo avere visto l’avvocato”.
Molti non hanno nemmeno provato a chiedere aiuto. “Non ho chiesto di essere visitato perché avevo paura che mi avrebbero picchiato di nuovo”, è la testimonianza di un altro carcerato, che ricorda: “C’era anche chi guardava e non picchiava. Una guardia ai suoi colleghi diceva: “Voi fate quello che volete. Io non so niente”“. “Tutto è iniziato nella nostra cella, la 416 - ha denunciato una delle vittime -, hanno portato via il compagno che stava male. Stavamo per andare a dormire. Dopo 15 minuti sono arrivati in 25. L’ispettore ha aperto senza bussare. Ha detto: “Buonasera”. Hanno picchiato prima quelli che erano di fronte alla porta. Poi gli altri. Ci picchiavano come animali. Uno, mentre lo faceva, diceva: “Guardami negli occhi”“.










