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di Barbara Morra

La Stampa, 12 ottobre 2023

La spedizione per punire una protesta, coinvolti colleghi fuori servizio. Sono ventitré gli agenti accusati di torture su detenuti del carcere Cerialdo di Cuneo, ma in particolare sono sedici quelli indagati per aver condotto il presunto blitz nella cella 417 la notte tra il 20 e il 21 giugno di quest’anno. Perlopiù poliziotti fuori servizio, alcuni in abiti civili.

A sostenere la spedizione, secondo la ricostruzione del sostituto procuratore di Cuneo Mario Pesucci, c’era anche anche Giovanni Viviani, 51 anni, nato a Grosseto ma residente nel Cuneese, ispettore e responsabile di una sezione del padiglione “Gesso” che ospita i detenuti cosiddetti comuni per differenziarli da quelli in “41 bis”. È la figura apicale che spicca tra i nomi degli indagati protagonisti di quella che sembra essere stata una rappresaglia notturna. Con lui compare chi teneva chiusa la porta di altre celle, chi trasportava di peso i reclusi in una saletta vicino all’infermeria, chi li immobilizzava mentre altri li picchiavano. Tutto sarebbe nato dalla voglia di punizione per la protesta che quattro detenuti di origini pakistane avevano messo in atto nel pomeriggio per far sì che il connazionale della cella vicino venisse visitato, essendo in preda a forti dolori. Nella ricostruzione Viviani, insieme ai colleghi, sarebbe entrato nella cella sferrando calci, pugni oltre che proferire insulti e minacce. Sarebbe sempre lui che, quando la scena si spostò vicino all’infermeria, avrebbe interrotto la visita in corso del medico di turno per dire che i cinque pakistani, compreso quello che stava male già prima, non erano da visitare prima di essere messi in isolamento “perché stanno tutti bene”.

Comportamenti, parole e provvedimenti che la Procura sta vagliando “con i piedi di piombo”, come ha dichiarato il capo dell’ufficio, Onelio Dodero. Da ciò che trapela delle investigazioni sembra che un ruolo centrale nella denuncia dei fatti sia da attribuire agli “occhi” esterni che istituzionalmente e professionalmente sono tenuti a vigilare su quanto accade fra le mura soprattutto quando, dalla metà del pomeriggio, la casa circondariale “abbassa le serrande” escludendo gli esterni ovvero medici, educatori, volontari e altri. Uno dei pakistani malmenati la mattina del 21 aveva il colloquio con il proprio avvocato che, vedendolo con il volto tumefatto, fece immediata segnalazione. Un rincaro di dose per la procura che già dall’autunno del 2021 stava tenendo d’occhio i comportamenti di un gruppo di agenti, 23 sui 150 in servizio nel penitenziario.

Bruno Mellano, Garante regionale del Piemonte, è tra quelli che la Procura ha sentito nel corso delle indagini: “Più volte a Cuneo ho ricevuto e trasmesso segnalazioni in particolare sulla gestione dell’isolamento che avviene in cinque stanze nel seminterrato: è stato richiesto di mettere le telecamere in quei corridoi”. Riporta di aver avuto “segnalazioni, racconti, questioni da chiarire su Cuneo”. “La procedura - dice-, in accordo col Garante nazionale, è pesare le cose che vengono dette e se appaiono serie si passa a chiedere di indagare”. Aggiunge che nella casa circondariale la prassi di massima sicurezza del “41 bis” condiziona anche il regime dei detenuti comuni. I detenuti a Cuneo, secondo dati di giugno, sono 315 di cui 46 in regime di carcere duro.

“Essendo casa circondariale - conclude - c’è poco accompagnamento al reinserimento anche perché in genere i fine pena sono brevi oppure si tratta di persone in attesa di giudizio. Ma non si può pensare di non puntare comunque sul futuro reinserimento: le statistiche dicono che senza accompagnamento al lavoro e formazione la recidiva è del 70 per cento mentre usando questi strumenti scende al 18 e in alcuni casi si azzera”.