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di Andrea Cascioli

cuneodice.it, 12 settembre 2026

Tra lavoro negato, abusi e burocrazia, il report regionale di Antigone evidenzia i rischi di un penitenziario che diventa “discarica sociale” e produce insicurezza. Esiste un “volto buono” del carcere, quello che proprio in questi giorni vede Cuneo capitale italiana dell’economia carceraria, con la nuova edizione del festival Art. 27. Fra le bancarelle di via Roma si incontrano le buone pratiche, i cicli virtuosi legati al lavoro esterno, la cultura che redime. Per molti dei circa 65mila detenuti italiani, però, il carcere non è questo. Lo si vede anche al Cerialdo, la grande prigione alle porte della città, dove esiste, ad esempio, un problema annoso legato alla sezione isolamento. “Tre celle (di cui una liscia) in un seminterrato sporco e malsano, con tubature a vista da cui gocciola acqua”: così la descrive chi l’ha visitata, come i volontari dell’associazione Antigone, parlando dei suoi passaggi imbrattati di feci di piccione, dove l’aria d’estate si fa irrespirabile. Via Roma da qui è lontanissima, molto più di quanto non dica la geografia.

Nel report “Vite recluse”, uscito a luglio, Antigone ha voluto per la prima volta mettere sotto la lente la realtà della detenzione in Piemonte. Perché la nostra regione, pur non essendo né quella con più detenuti né la peggiore per sovraffollamento (eppure il tasso è del 122%, con 4.351 persone per 3.558 posti) è comunque “un luogo dove le cose avvengono (o si disvelano) prima che altrove”. Michele Miravalle, giurista e docente, ne ha parlato giovedì sera al circolo Arcipelago, nella presentazione del dossier organizzata dalla consigliera regionale Giulia Marro: “Il Piemonte è l’unica regione italiana in cui abbiamo avuto diverse inchieste per tortura che hanno riguardato diverse carceri, compreso quello di Cuneo”.

Quattordici fra agenti, medici e funzionari di polizia penitenziaria sono a processo per il caso del presunto “blitz” in cella e le altre violenze denunciate da alcuni reclusi pakistani. In quattro sono stati condannati in abbreviato, in primo grado, per gli altri si aprirà il dibattimento. A Cuneo, si legge nel report, si evidenzia “un contrasto netto tra condizioni strutturali e qualità della detenzione”. L’istituto è tuttora percepito come “carcere di scarico”, con un elevato numero di trasferimenti per motivi di ordine e sicurezza. C’è una cronica carenza di personale (otto ispettori su 22 previsti, sette sovrintendenti su 25), ma anche una permanenza ridottissima: chi arriva scappa, quando può, la permanenza media degli agenti è di due anni.

Il Cerialdo è anche l’istituto in cui è più alta la percentuale di stranieri in tutta la regione, pari al 54,4%. “La casa circondariale deve ritrovare la sua identità” avverte Miravalle, ora che il reparto 41 bis è stato chiuso. Vuol dire che Cuneo non sarà più una “Alcatraz” cispadana, ma anche che arriveranno nuovi detenuti: “Ci saranno persone che avranno più possibilità di lavorare o accedere a misure alternative, la sfida sarà integrare di più di quanto si è fatto finora”.

La Granda è l’unica provincia in Italia a ospitare ben quattro luoghi di pena detentiva sul suo territorio. Uno di questi, quello di Alba, resta un’anomalia: “Era una casa di lavoro dove però il lavoro non c’era, quindi è diventato una sorta di unità a parte di un manicomio” sintetizza l’esponente di Antigone. I lavori per la riapertura totale sarebbero dovuti finire un anno fa, ora si parla di fine imminente ma non si sa ancora quando, né quali detenuti ospiterà in seguito. L’attuale popolazione - una cinquantina di persone - è perlopiù ultraquarantenne, con una composizione eterogenea che spesso è all’origine di aggressioni ed eventi critici, più volte denunciati dai sindacati.

A Saluzzo la casa di reclusione, tutta dedicata ai condannati in regime di alta sicurezza (circa 350), sperimenta la realtà di un “doppio carcere”: “Il vecchio padiglione - osservano gli estensori del rapporto “Vite recluse” - presenta celle anguste a due posti, prive di doccia interna e di acqua calda, con docce comuni ai piani ammuffite e con infiltrazioni a vista. Il riscaldamento è spesso non funzionante e le salette socialità versano in stato di abbandono. Il nuovo padiglione (inaugurato a dicembre 2016) offre invece celle a tre posti dotate di doccia interna, riscaldamento a pavimento e spazi comuni più ampi e attrezzati”.

Poi c’è il Santa Caterina di Fossano, il fiore all’occhiello del modello detentivo cuneese con i suoi 108 reclusi. Non ci sono grosse criticità strutturali e l’offerta trattamentale è ampia e variegata: più della metà degli ospiti, il 52,78%, sono coinvolti nei corsi professionalizzanti. Mentre ad Alba il progetto Vale la pena, con la scuola enologica, assicura a una trentina di iscritti la possibilità di formarsi, a Cuneo la quota di detenuti in formazione scende al 18,87%, a Saluzzo addirittura al 6,8%.

Quando il nemico è la carta bollata - Il nemico, il più delle volte, è la carta bollata: “La burocrazia penitenziaria rende impossibile fare qualsiasi cosa” sospira Miravalle. “Le iniziative che si fanno a Cuneo sono più che meritorie, - aggiunge - ma oggi un imprenditore che vuole davvero provare a trasformare il carcere deve mettersi in condizione di superare montagne di burocrazia. Dobbiamo ammettere con onestà che ogni iniziativa, dal punto di vista penitenziario, nella migliore delle ipotesi è un fastidio e nella peggiore qualcosa da tenere lontano, perché non risponde ai dogmi del ‘capismo’ carcerario”.

Così accade che un’educatrice ci metta un anno e mezzo per organizzare la partitella di calcetto fra genitori e figli, che la presentazione di un libro salti perché manca una firma, che alle associazioni di volontariato si neghino i permessi per organizzare un corso di teatro. O che i pomodori dell’orto, finanziato con fondi pubblici, vengano lasciati appassire al sole perché non possono essere bagnati negli orari giusti. “Troppo spesso - fa notare il giurista - chi frequenta il carcere si abitua in fretta a piccole e grandi violazioni della dignità che lì diventano perfettamente normali: è un meccanismo che pervade e trasforma anche chi entra negli istituti con le migliori intenzioni, come fanno molti agenti”.

Il rischio più evidente, secondo Antigone, è quello di fare del carcere una “discarica sociale”: “Un gran numero di persone hanno un evidente disagio psichico o background migratori che hanno reso l’esistenza molto complicata. Oggi torniamo ad avere un problema di poveri in carcere. In Piemonte, poi, è evidente una polarizzazione per età: sempre più anziani in carcere, ma anche giovani e giovanissimi per cui il carcere diventa purtroppo un luogo di ‘carriera’ criminale. È avvenuto perché, se il carcere aveva inizialmente una funzione di risposta sanzionatoria, oggi si è sostituito al fallimento dello Stato sociale”.