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di Barbara Cottavoz

La Stampa, 2 dicembre 2025

La donna uzbeka accolta dalla Comunità di Sant’Egidio a Novara lottò contro la pena capitale nel mondo. L’iraniano in cella dal 2016. La Cupola si è illuminata di blu ieri e sabato notte per ricordare la battaglia contro la pena di morte. Il 30 novembre infatti ricorre la Giornata internazionale “Città per la vita - Città contro la pena di morte” lanciata dalla Comunità di Sant’Egidio nel 2002. Qui ha un significato particolare: a Novara ha vissuto i suoi ultimi anni ed è sepolta Tamara Chikunova, che lottò e riuscì a far abolire la pena di morte in Uzbekistan applicata al suo unico figlio, e la città ha concesso la cittadinanza onoraria e si batte per liberare Ahmadreza Djalali, lo scienziato condannato alla pena capitale in Iran.

La Giornata ricorre il 30 novembre a ricordo della prima abolizione della pena capitale, avvenuta nel Granducato di Toscana nel 1786. Molti secoli fa ma ancora oggi sono numerosi i Paesi che la contemplano. Come l’Iran dove è detenuto da quasi dieci anni Djalali, ricercatore del Centro Crimedim di Novara dove lavorò e visse con la famiglia per tre anni, dal 2012 al 2015, pochi mesi prima di essere arrestato e condannato a morte per spionaggio a favore di Israele. Senza prove e senza una vera difesa, con una confessione estorta, come ricordano sempre Amnesty Internazional e i suoi colleghi dell’Università del Piemonte Orientale. E’ detenuto da 3.506 giorni nel carcere di Evin, a Teheran.

Ma a Novara si è svolta una parte importante anche della vita di Tamara Chikunova, ingegnere in Uzbekistan e docente al Politecnico di Mosca e Pietroburgo e moglie di un militare dell’Armata Rossa, che vide la sua esistenza crollare quando nel 1999 fu arrestato il figlio Dmitrij, 29 anni. Era ingiustamente ritenuto un assassino e fu fucilato nel Duemila, salvo poi essere riabilitato cinque anni dopo. Lei non venne avvisata dell’esecuzione, non lo salutò né riebbe mai il corpo per seppellirlo.

Tamara trovò la forza di reagire e fondò l’associazione “Madri contro la pena di morte e la tortura”. Invisa al Governo uzbeko, dovette fuggire e nel 2009 trovò riparo a Novara, grazie alla Comunità di Sant’Egidio. Viveva in incognito in un alloggio di via Leone Ossola ma era instancabile nel girare le scuole per raccontare l’assurdità di uno Stato che uccide i suoi cittadini e nel promuovere la cancellazione della pena di morte. Studiava le leggi di ogni Paese, poi scriveva ai capi di stato e ai ministri.

“Grazie all’operato e alla mediazione della sua organizzazione, Tamara ha contribuito a salvare le vite di 23 condannati alla pena capitale - racconta Daniela Sironi, presidente della Comunità di Sant’Egidio a Novara e in Piemonte -. Il suo impegno, sostenuto a livello internazionale da noi e da altre organizzazioni come Amnesty, ha condotto all’abolizione della pena capitale in Uzbekistan, il 1° gennaio 2008, e ha dato un contributo decisivo per lo stesso risultato in Kirghizistan, Kazakistan e Mongolia, recandosi personalmente in tutti questi Paesi”.

Negli ultimi tempi era malata ma instancabile e dieci giorni prima della sua morte, avvenuta il 31 marzo 2021 a Novara, scrisse ancora a Aleksandr Lukašenko, il presidente bielorusso, su incarico del Consiglio d’Europa che l’aveva nominata delegata per la questione della pena capitale in quel Paese: “Affrontava la battaglia contro le esecuzioni con un grande cuore ma anche tanta testa e lavoro perché era preparatissima sui dossier e le leggi di ogni Stato, studiava continuamente - sottolinea Sironi. Viveva in modo nascosto ma era una persona luminosa”. Due storie che Novara non dimentica: “Ci hanno portato il mondo in casa - conclude Sironi -. Comprendiamo il dolore di tante persone in modo concreto e umano”.