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di Giusi Fasano

Corriere della Sera, 13 novembre 2024

“È ispirato al libro che ho scritto sulla mia tragedia e che porto nelle scuole. Sento il bisogno di sostenere i più fragili e studio all’università per farlo al meglio”. I magistrati archiviarono il caso ma fu Teresa Manes a scoprire che il figlio, impiccatosi a 15 anni, veniva deriso su Facebook.

Immagino che non abbia scordato nemmeno un istante di quei minuti drammatici...

“Nemmeno uno”.

Come andò?

“Io ero da due giorni a casa dei miei genitori, in Calabria. Ero scesa da Roma per un colloquio di lavoro perché stavo pensando di tornare a vivere lì. I ragazzi erano a casa con Tiziano, il mio ex marito. Di solito li chiamavo di sera ma quel giorno anticipai la chiamata perché avevo fatto una visita medica e Tiziano voleva sapere com’era andata. Così lo chiamai. Era andato a riprendere a scuola Daniele, che era in quinta elementare. Stava entrando in casa, quando rispose “Pronto” nel momento esatto in cui mise la chiave nella toppa. Aprì la porta e cominciò a urlare: “Aiuto, aiutatemi, aiuto”. L’ho sentito che diceva a Daniele “Corri a chiamare aiuto”… Continuavo a chiedere: che succede? Pronto, che sta succedendo? Ho dato il telefonino a mio padre e ho chiamato la polizia da quello fisso senza sapere che cosa chiedere. Ho solo detto: correte, vi prego. C’è mio marito che urla e non capisco perché”.

Poi ha ripreso il telefonino…

“Sì. Ho qui, nella testa, le grida di mio marito che ripete “Andrea si è impiccato. Oddìo, si è impiccato”. Ho saputo poi che Daniele - povero piccolo - era corso dai vicini a chiamare aiuto, aveva preso a calci le porte. Ha visto il padre tentare di rianimare suo fratello ma aveva capito che non si sarebbe salvato… Era la fine”. Se vieni da un ricordo così devi avere coraggio per trovare la strada della vita da quel giorno in poi. Teresa Manes ha 55 anni, la sua voce arriva da Bracciano, dove abita, e il suo coraggio porta il nome di suo figlio, Andrea Spezzacatena. Il 20 novembre 2012 quel ragazzino allegro e gentile si tolse la vita e in questi 12 anni non c’è stato giorno che da qualche parte - in una scuola, in un incontro pubblico, in un libro o un post - sua madre non abbia tenuto acceso il suo ricordo: un adolescente, come lo racconta sempre lei, tormentato dai bulli che ha trovato più forza per morire che per resistere alle loro angherie. “Il ragazzo dai pantaloni rosa”, così lo conoscono tutti. Ed è con questo titolo che ieri è uscito nelle sale il film ispirato alla sua storia (regia di Margherita Ferri, prodotto da Eagle Pictures e Weekend Films, sceneggiatura di Roberto Proia).

Claudia Pandolfi nel film è la madre di Andrea. Le corrisponde?

“Sì, direi che il filo conduttore c’è e lei mi piace molto. Io trovo che sia un bel film e fa impressione la corrispondenza fra il mio Andrea e il ragazzino bravissimo che lo interpreta (Samuele Carrino, mentre il capo-bullo è Andrea Arru; ndr). Con questo film mi sono resa conto che Andrea è cresciuto”.

In che senso?

“Vede, quando arrivò a casa la prima copia del libro che scrissi su di lui mi sono emozionata moltissimo perché mi sono resa conto che con quel libro avrei riportato mio figlio dove doveva stare: fra i banchi di scuola. E così ho poi fatto. Uso quel che avevo scritto per veicolare il messaggio contro il bullismo. Adesso, con il film, Andrea è cresciuto, è come se lui fosse andato oltre la scuola e avesse trovato un lavoro da pedagogista. Pensi che voleva fare lo psicologo…”.

All’anteprima del film, a Roma, si sono sentiti fischi e commenti omofobi tra gli studenti. E in una scuola media di Treviso alcuni genitori hanno chiesto di bloccare la proiezione temendo che non fosse adatto per i ragazzi...

“I fischi e i commenti mi sono dispiaciuti molto. i ragazzi avranno anche sbagliato ma prima di loro ha sbagliato chi non li ha preparati e poi redarguiti. Per me il film resta un progetto di sensibilizzazione. E mi fa paura che una scuola faccia un passo indietro per l’opposizione di due o tre genitori”.

I magistrati che si occuparono del suicidio esclusero bullismo e omofobia...

“Dissero che non c’era nulla per provare il nesso di causalità. Lui non lasciò biglietti. Archiviarono tutto e io francamente non avevo più energia, né voglia, né risorse economiche e psicologiche per inseguire un risultato giudiziario diverso. E poi per avere che cosa, alla fine? Una decisione che dicesse che c’era stato bullismo? Per me c’è stato”.

Le sue certezze sono legate a quel che ha scovato online dopo la sua morte?

“Esattamente. Nella mia testa la parola bullismo non si era mai affacciata, anche perché ho sempre creduto che un ragazzo bullizzato trovasse scuse per non andare a scuola (liceo scientifico Cavour di Roma; ndr) e invece lui non vedeva l’ora di andarci, ogni giorno. Poi ho visto le chat e mi sono resa conto. I compagni di scuola stavano diventato bulli senza rendersene conto e lui stava diventando vittima senza pensarci. Pur di far parte del gruppo accettava scherzi, battute, offese”.

E poi c’era quella pagina Facebook…

“Era lo spazio creato dai bulli per deriderlo: “Il ragazzo dai pantaloni rosa”. È stata chiusa da Facebook su disposizione della polizia. Io e il mio avvocato abbiamo provato a chiedere di recuperarla per rogatoria, i magistrati non ci hanno nemmeno provato. Io ho una laurea in Giurisprudenza che non ho mai usato ma in quel caso mi è servita perché avevo gli strumenti per capire che nell’archiviazione c’era qualcosa che non mi tornava. Comunque: le polemiche non servono a niente. Ho mollato il fronte giudiziario ed è meglio così”.

Che cosa ha pensato leggendo di Leo, il ragazzino bullizzato a scuola che si è ucciso pochi giorni fa?

“Ogni volta che la cronaca racconta storie simili a quella di Andrea sento addosso un senso di sconfitta profonda. Ma non posso permettermi di scoraggiarmi e mollare. Perché avverto più che mai oggi la necessità di avvicinarmi alle fragilità degli adolescenti, anche emotive. Ed è per questo che sto seguendo un corso universitario per diventare insegnante di sostegno per questi ragazzi”.

Perché “pantaloni rosa”?

“Fui io a scolorire un paio di suoi jeans con un lavaggio sbagliato, ecco perché quei pantaloni tendevano al rosa e diventarono oggetto di dileggio”.

Suo figlio Daniele ha visto il film?

“Con lui di Andrea parliamo di rado ma condivide tutto quello che faccio. Il film voleva vederlo ma poi ci ha ripensato. Per ora non se la sente, poi deciderà”.

Lei va spesso al cimitero?

“Quasi mai. Che ci vado a fare? Non ha senso. Andrea è sempre accanto a me”.

La regista - Margherita Ferri, 40 anni, regista romagnola nata a Imola, con Il ragazzo dai pantaloni rosa (sopra la locandina) ha diretto il suo secondo lungometraggio dopo l’esordio del 2018 con Zen sul ghiaccio sottile. Ha diretto anche alcuni episodi delle serie tv Status, Zero, Bang Bang Baby e Home Sweet Rome.

L’attrice - A interpretare Teresa Manes, 55 anni, la madre del 15enne Andrea Spezzacatena che si tolse la vita il 20 novembre 2012, è Claudia Pandolfi, attrice romana, 50 anni il prossimo 17 novembre. Andrea è invece il giovane attore pugliese di Gallipoli Samuele Carrino.

Le polemiche - Alcune famiglie di una scuola media di Treviso si sono opposte alla proiezione del film sostenendo che potrebbe avere “effetti negativi” sui ragazzi. Alla “prima”, che si è svolta alla Festa di Roma, alcuni spettatori adolescenti lo hanno accolto con fischi e commenti omofobi.