di Gennaro Malgieri
Il Dubbio, 18 aprile 2020
Che cosa sarà di noi? In apparenza la nostra vita cambierà e - chissà per quanto tempo - sarà dominata dal pensiero della sopravvivenza, fisica ed economica. La precarietà a cui ci sta abituando il virus sarà permanente per molto tempo: non basterà soltanto il vaccino per esorcizzarla, dal momento che il morbo muta continuamente, come è stato accertato, e nessuno può prevedere come e quando, complici perfino i cambiamenti stagionali, le forme e la forza che assumerà. Indiscutibilmente saremo tutti meno liberi nei movimenti e più inclini alla diffidenza negli spostamenti e nell'avvicinare i nostri simili.
La cura del corpo ci imporrà atteggiamenti sostanzialmente nuovi in rapporto anche alle cose più banali, dal fare la spesa a concederci una passeggiata, dall'estrinsecare il nostro affetto con un abbraccio fino a riconsiderare l'amore come un agente influente se non "pericoloso", con tutto ciò che ne discende.
L'inevitabile impoverimento (il Pil è già sotto il 9%) ci costringerà ad elevare la soglia della sobrietà con conseguenze e ricadute sui consumi e sullo stile di vita. E saranno soprattutto gli anziani, i vecchi, gli over settanta a pagare un mutamento che non prevedevano nella loro età più o meno "protetta" da una dignitosa - non sempre tuttavia - pensione e da un sistema sanitario che s'immaginava solido e strutturato, mentre abbiamo visto che fa acqua da tutte le parti e non certo per l'inadeguatezza della classe medica, quanto per la inane funzione della politica nel provvedere alla sua gestione. Un capitolo tra i più dolorosi della storia repubblicana recente.
Fino ad un paio di mesi fa, la terza e la quarta età venivano viste dal sistema produttivo nel suo complesso (e di conseguenza "corteggiate" dal mercato attraverso ammiccanti campagne pubblicitarie - farmacologiche, turistiche, di svago e di abbigliamento) come fasce di popolazione alquanto serene, sostanzialmente prive di problemi (dotate in gran parte di assicurazioni sulla vita e di risparmi non disprezzabili, oltre che di immobili residenziali e perfino di seconde case) e perciò in grado di guardare alla vita nonostante gli inevitabili acciacchi dell'età, mitigati da un'aspettativa di vita ragionevolmente lunga. Un "bacino" sul quale investire con una certa sicurezza, insomma.
Progettavano i vecchi (ma non gradivano sentirsi etichettare così) un ultimo sprazzo di vita, prima della decadenza finale. Sport, viaggi, vita da circolo (soprattutto in provincia), progetti per chi aveva ancora la fantasia di farne, buona tavola, coltivazione di una certa eleganza per chi poteva permettersela. E infine l'amore, anche per vincere, nella maggior parte di casi, quell'insopportabile solitudine piombata sulle salde spalle di uomini e di donne che avvertivano ancora una certa vitalità.
L'industria farmaceutica non ha risparmiato sollecitazioni al riguardo, con buoni risultati a quanto si sa, complice una cultura edonista che ha messo al centro della nostra vita sociale il sesso, oltre al denaro si capisce. Che ne sarà degli over settanta, sempre che i poco più giovani ce la facciano a mantenere gli stessi standard di vita di chi li ha preceduti? Il pessimismo è più che ragionevole.
Intanto perché quella "comunità" di vecchi e di anziani si è tragicamente assottigliata negli ultimi mesi e, purtroppo, temiamo, ancor più si assottiglierà. Su oltre 20.000 decessi il 52% aveva più di ottant'anni; il 31,5% aveva tra i 70/ 79 anni. In totale l'83,5%. Comprendendo chi aveva tra i sessanta ed i sessantanove anni si arriva al 95% dei deceduti.
Cifre impressionanti che proiettandole su quel che inevitabilmente continuerà ad accadere non si sa per quanto tempo ancora, danno la dimensione di una vera e propria strage che inciderà non soltanto sul depauperamento della memoria collettiva, ma sui gusti, sulle abitudini, sullo stile di vita, sui rapporti sociali.
Ma dei vecchi sembra che si possa fare a meno, secondo cinici contabili che almanaccano quotidianamente sui costi pensionistici della popolazione "inservibile". È una questione di cultura che il produttivismo da un lato ed il relativismo morale dall'altro hanno accentuato soprattutto negli ultimi anni creando una sorta di accettazione dell'eugenetica come prospettiva per rendere più vivibile la vita secondo i neo-egoisti.
I settantenni in Olanda hanno ricevuto nelle scorse settimane un modulo da compilare con il quale s'impegnano a non farsi ricoverare se colpiti dal Covid-19. In Svezia gli ottantenni hanno rinunciato volontariamente alla ospedalizzazione per cercare di guarire dall'epidemia. Ci si abitua ad essere crudeli.
La società dell'omicidio pre-natale e l'eutanasia sono l'alfa e l'omega di una società nichilista. Si inizia, insomma, con l'aborto e di finisce con l'eutanasia o con il rifiuto dell'esistenza quando non vengono soddisfatti parametri accettabili. Per quanto ci riguarda, forse tra un mese usciremo per strada nelle gabbie delle nostre paure. Immaginando la vita non come un dono, ma una tragedia. O vissuta secondo i parametri della libertà condizionata stabiliti da un decreto governativo.










