di Murat Cinar
Il Manifesto, 10 giugno 2025
Intervista a Ercüment Akdeniz, noto reporter e scrittore turco. Come tanti colleghi, è accusato da Ankara di affiliazione al Pkk. “Ci accusano con intercettazioni illegali risalenti a 14 anni fa. Si tenta di criminalizzare le alleanze tra partiti di sinistra, socialisti e democratici. Ercüment Akdeniz è un giornalista, scrittore e politico turco, noto per le sue ricerche sui diritti dei migranti in Turchia. È stato presidente dell’Emek Partisi (Emep) dal 2020 al 2023. Il 18 febbraio 2025 è stato arrestato nell’ambito della maxi inchiesta sul Halklarin Demokratik Kongresi (Hdk), il Congresso democratico dei Popoli, fondato nel 2011. Insieme a lui, sono stati trasferiti in diversi centri penitenziari 30 tra giornalisti, politici e attivisti. Le autorità li accusano di essere affiliati o sostenitori del Pkk/Kck, considerato “organizzazione terroristica” in Turchia.
Akdeniz ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo lavoro giornalistico e il suo impegno per i diritti umani, tra cui il Premio per i Diritti dell’Infanzia del Fisek Enstitüsü, il Premio Hakikatin Pesinde Kosanlar di Halkevleri e il Premio Musa Anter nel 2020. Dopo l’arresto, ha inviato un messaggio tramite il suo avvocato, ribadendo che “il giornalismo non è un crimine” e ringraziando per la solidarietà ricevuta. Diverse organizzazioni, tra cui la Federazione internazionale per i diritti umani (Fidh), hanno condannato gli arresti come una minaccia alla libertà di stampa e al diritto all’informazione. Akdeniz è detenuto nel carcere speciale di Silivri, alle porte di Istanbul. Lo abbiamo intervistato tramite il suo avvocato e con il supporto di Kivanç Eliaçik, giornalista e responsabile per le relazioni internazionali del Disk, il principale sindacato confederale turco.
Per quale motivo si trova in carcere?
Sono al 95º giorno di custodia cautelare e detenzione. La data dell’udienza è stata fissata per il 31 luglio. Viviamo un periodo in cui i giornalisti vengono arrestati con estrema facilità e la lunga detenzione preventiva si è trasformata de facto in una punizione. Non si tratta solo di un’ingiustizia che riguarda me: molti altri giornalisti hanno vissuto in passato le stesse ingiustizie. In questa operazione, che si potrebbe definire un “blitz collettivo”, anche le giornaliste Yildiz Tar ed Elif Akgül si trovano in carcere con me. Le nostre case, i nostri lavori, le nostre vite sono ben note. Se fossimo stati convocati, saremmo andati a testimoniare spontaneamente. Ma si è preferito fare l’opposto. L’obiettivo è intimidire l’opposizione e ostacolare il più possibile il diritto del popolo a essere informato. Giornalisti, politici e difensori dei diritti umani vengono criminalizzati. La nostra coscienza è pulita, la nostra penna è diritta. È incoraggiante vedere il sostegno dell’opinione pubblica democratica. La mia più grande tristezza è stare lontano dai migranti e dal lavoro sul campo. Ho scritto centinaia di articoli e inchieste sul tema delle migrazioni. Ho raccolto informazioni dirette. Ho pubblicato cinque libri. I rifugiati non devono essere lasciati soli! Su Ilke Tv conducevamo un programma intitolato Medya Zamani (Tempo di media) cinque giorni a settimana. Dopo l’arresto, i/le colleghi/e hanno mostrato solidarietà e stanno continuando a trasmettere il programma. Anche se la libertà di stampa è stata colpita, la solidarietà sta germogliando di nuovo.
Quali sono le sue condizioni penitenziarie?
In carcere viviamo in un dormitorio di 42 persone. Cerchiamo di seguire l’attualità tramite la tv e i tre giornali a cui abbiamo diritto. Purtroppo Ilke non è tra i canali visibili. Spero che questa situazione venga presto risolta. Nelle condizioni della prigione cerco di leggere e scrivere quanto più possibile. Mi sto concentrando sugli studi teorici in ambito migratorio. Tuttavia, l’accesso alle fonti è molto limitato. Nonostante tutto, anche le carceri rappresentano un’altra faccia della vita. Per noi giornalisti, sono un vero e proprio laboratorio sociologico.
Secondo lei, quale sarebbe la motivazione politica del suo arresto?
L’operazione contro di noi è un colpo alla libertà di stampa e al diritto alla politica democratica. I nostri diritti costituzionali non possono essere trasformati in reati. Ci accusano con intercettazioni illegali risalenti a 14 anni fa. Si tenta di criminalizzare le alleanze tra partiti di sinistra, socialisti e democratici. In realtà, l’ingiustizia che stiamo subendo è in contrasto anche con lo spirito del tempo: i negoziati di pace (con il Pkk, ndr) stanno avanzando positivamente in Turchia. Noi siamo anche giornalisti che difendono la pace e la democrazia. La libertà di stampa è fondamentale non solo per la Turchia, ma anche per la pace nel mondo e dovrebbe essere tema di solidarietà internazionale. Abbiamo fiducia nelle organizzazioni professionali della stampa.
In Turchia è in corso un nuovo processo di pace tra lo Stato turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Come si colloca il suo arresto in questa circostanza?
Il conflitto che dura da 40 anni in Turchia ha causato gravi perdite e traumi. Avvicinarsi alla pace non è una possibilità qualunque: è una necessità. Per questo motivo, la questione della pace non deve essere sacrificata alle lotte politiche di breve termine. La libertà di stampa è una delle garanzie fondamentali di questo processo. Non lasceremo cadere la penna, continueremo a scrivere la verità.











