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di Simona Musco

Il Dubbio, 18 aprile 2026

Deliri “pedosatanisti” e l’accusa di “rapire i bambini”: in tutta Italia si moltiplicano gli attacchi agli assistenti sociali. Che una narrazione mediatica e politica ha ormai trasformato in “nemico pubblico”. Le facce degli assistenti sociali tappezzano i muri di Arezzo, con svastiche impresse sulla fronte e fumetti che farneticano di “élite pedosataniste”. Poi a Vasto, nelle vicinanze della casa famiglia che ospita i bambini della “famiglia nel bosco”, sulle pareti del Tribunale e dei Servizi, compare l’accusa infamante: “Gli assistenti sociali rapiscono i bambini”. A Sansepolcro il registro vira sulla negazione della sovranità: “Se i figli sono dello Stato è dittatura”. Infine Barco di Bibbiano, epicentro di una demonizzazione mai sopita dopo l’inchiesta “Angeli e Demoni”, la sede dei servizi sociali è stata imbrattata con l’accusa “giudici e assistenti sociali nazisti”. Tutte scritte con lo stesso rosso e la stessa firma, quella W cerchiata, simbolo del gruppo no vax complottista che si è già reso protagonista di numerosi raid contro sedi sindacali e istituzionali.

Quei muri imbrattati non sono solo vandalismo, ma il segnale di un cortocircuito istituzionale. È il risultato di una stagione politica che ha cavalcato casi giudiziari complessi per puro dividendo elettorale, finendo per legittimare la caccia all’uomo contro chi, per conto dello Stato, opera nelle trincee del disagio. Si tratta di un “attacco concentrico”, secondo Barbara Rosina, presidente nazionale dell’Ordine degli assistenti sociali. Il bersaglio sono i professionisti che operano dove manca tutto il resto: gli assistenti sociali, ultimo appiglio per molti invisibili, come bambini, donne vittime di violenza, anziani soli e migranti. Figure che oggi si ritrovano con la propria foto esposta negli spazi pubblicitari o marchiata con simboli nazisti e frasi deliranti.

“Rappresentiamo lo Stato, lo Stato ci protegga e ci rispetti”, incalza Rosina. “Mentre aspettiamo che chi indaga identifichi i responsabili, denunciamo con grande preoccupazione le intimidazioni. La solidarietà non basta più quando è l’odio a vincere. Rifletta chi, anche da posizioni istituzionali, ha fomentato questo clima”. Quella firma, figlia del più becero complottismo pandemico, è solo il braccio armato di una narrazione più ampia. Da tempo, nel dibattito pubblico, i servizi sociali vengono deformati e delegittimati. Slogan facili e interventi mediatici in cerca di consenso hanno trasformato la complessità della tutela dei minori in un’arma ideologica. Poco importano gli esiti dei processi, che hanno certificato - nel caso di Bibbiano, ad esempio - quanto fossero infondate le accuse di “rapimento” mosse ai servizi. La narrazione sopravvive ai fatti e a pagarne le spese sono gli ultimi anelli della catena.

A questa deriva contribuisce anche una distorsione narrativa scientificamente orchestrata che da mesi attraversa una parte rilevante dei palinsesti televisivi: la trasformazione del lavoro degli assistenti sociali in un complotto. Senza l’equilibrio di un confronto reale, senza contraddittorio e spesso prescindendo dalla complessità dei fatti documentati, è andata in onda in prima serata una rappresentazione che riduce un sistema articolato a un’unica accusa, reiterata fino a diventare senso comune. È una semplificazione che sacrifica la realtà sull’altare dell’indignazione e che finisce per legittimare, anche fuori dallo schermo, un clima di sospetto e ostilità.

Il risultato è una narrazione tanto potente quanto semplicistica: l’idea che l’intervento a tutela dei minori sia di per sé un abuso, che i figli siano proprietà esclusiva dei genitori e che chiunque intervenga vada considerato un usurpatore. In questa cornice, ogni distinzione salta: gli errori, quando esistono, non vengono più affrontati caso per caso ma diventano prova di un sistema colpevole per definizione. Proprio contro questo scarto tra realtà e rappresentazione era intervenuta, nei mesi scorsi, la presidente dell’Ordine degli assistenti sociali dell’Abruzzo, Francesca D’Atri, con una lunga lettera rivolta ai media e alla comunità professionale, diventata a sua volta bersaglio di attacchi sui social. Un atto d’accusa contro il “discredito mediatico” e la proliferazione di “false informazioni”, che chiama in causa la responsabilità di chi contribuisce a costruire un immaginario distorto.

D’Atri, oggi, interviene ancora, insieme ai colleghi di Toscana e Umbria, Rosa Barone e Francesca Tardioli. “Non accetteremo di essere il capro espiatorio di questo odio senza precedenti - hanno dichiarato -. Siamo accanto a chi è diventato bersaglio di un’ideologia che preferisce il clamore della protesta alla complessità della cura”. Il raid di Bibbiano, scoperto dai Carabinieri durante un pattugliamento, è l’ultimo fuoco di un incendio riacceso col caso della “Famiglia nel bosco”, utilizzato dalla politica come grimaldello per alimentare una propaganda finalizzata a spostare gli equilibri del referendum e poi abbandonato una volta fallito il tentativo alle urne. È un attacco alla tenuta sociale: come sottolineato dall’Unione Val d’Enza, attraverso il suo presidente Alessandro Spanò, “le parole utilizzate dimostrano quanto sia dilagante e trasversale, per gli autori di questo vile gesto, il disprezzo verso tutte le figure istituzionali che tengono insieme il nostro Stato e le nostre comunità. A essere oltraggiato non è solo il nostro Ente - ha evidenziato -, ma l’intero sistema valoriale che amministratori, dipendenti e intere comunità hanno creato e sostenuto nel tempo. Un impianto pubblico che nei decenni ha costruito una rete di servizi in grado di dare risposta alle esigenze dei suoi cittadini e, soprattutto, in grado di prestare soccorso alle fasce più fragili della nostra popolazione”. Una preoccupante “china anti-sistema che tende a oltraggiare tutti i componenti dello Stato, a tutti i livelli”.

Oltre la vernice rossa resta il danno strutturale: un welfare che si ritrae per paura. È l’eredità di una gestione politica che ha sacrificato gli operatori sull’altare del consenso, trattandoli come colpevoli prima ancora dei processi, come corpo unico, e non come singoli. Processi che, poi, hanno restituito una fotografia dei fatti che l’opinione pubblica si ostina a non guardare. Sull’onda di quella narrazione distorta, la politica ha cambiato le norme, contribuendo ad alimentare l’immagine del “nemico pubblico” e smantellando la credibilità di quel braccio dello Stato che, per mandato, dovrebbe proteggere i più piccoli. Ancora una volta dimenticati.

Nel pomeriggio di ieri è arrivata la solidarietà della ministra del Lavoro e delle Politiche sociali Marina Calderone che ha ribadito “l’importanza di una professione che rappresenta il volto umano e uno dei primi presidi dello Stato nelle situazioni di maggiore fragilità”. Gli assistenti sociali, ha ricordato Calderone, “operano quotidianamente in contesti di estrema complessità, contribuendo in modo determinante alla tutela delle persone e alla costruzione di percorsi di autonomia. Un’azione preziosa per l’attuazione delle politiche portate avanti dal ministero del Lavoro per cui non posso che esprimere apprezzamento”.