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di Francesca Fagnani

La Stampa, 28 maggio 2023

Cosa resta dopo, quando i riflettori si spengono su un fatto di cronaca, quando tv e giornali passano al servizio successivo? Il più delle volte i protagonisti della vicenda, le vittime dopo un’ubriacatura di attenzioni tornano un po’ storditi alla loro vita, sperando di migliorarla, disilludendosene poco dopo. A chi invece ha la responsabilità dei fatti accaduti basta stringere i denti, nella persuasione che appena la bolla mediatica si sgonfierà, il peggio sarà passato: “Dobbiamo aspettare, ha da passa’ ‘a nuttata”, come nella scena finale di Napoli milionaria.

È spesso vero, ma non vale sempre, perché ci sono volte in cui i fatti di cronaca lasciano nel percepito collettivo qualcosa in più, un segno più profondo, un senso di sconforto più pungente.

Quella che si chiude è stata una settimana importante sul fronte della legalità: mentre a Palermo si commemorava il trentunesimo anniversario della strage di Capaci, a Roma imperversava la polemica per l’elezione di Chiara Colosimo a presidente della commissione Antimafia, scelta che come è noto ha creato una violenta frattura con le associazioni dei familiari delle vittime, a cui non è stato dato alcun ascolto e peso, considerate alla stregua di mero ornamento da esibire giusto nelle varie celebrazioni annuali.

Più in basso, molto più giù, per strada si sono verificati due episodi documentati da registrazioni video che hanno fatto il giro del web e che più di qualsiasi dibattito politico hanno coinvolto e scosso l’opinione pubblica; il primo è avvenuto a Milano, l’ignominiosa scena del pestaggio da parte di quattro agenti della Polizia locale di Milano di una donna trans brasiliana che in evidente stato di alterazione psicofisica e colpevole di schiamazzi è stata affrontata dagli uomini in divisa a suon di manganellate e spray urticante con cui è stata bloccata dopo un tentativo di fuga. Una violenza spropositata e ingiustificata rispetto alla condotta della donna, instabile e disarmata. Il sindaco Giuseppe Sala ha subito definito il fatto molto grave e la Procura ha aperto un fascicolo per lesioni aggravate dall’abuso della funzione pubblica, nelle stesse ore in cui il segretario del sindacato di Polizia locale Sulpl Davide Vincini dichiarava all’Adnkronos che quei quattro agenti “andrebbero lodati per il loro intervento, perché hanno evitato che la situazione degenerasse davanti ai bambini” della scuola elementare limitrofa, circostanza non confermata né dal preside, né dai genitori, così come non esiste riscontro alla ricostruzione fornita sempre dal sindacato secondo cui sarebbero intervenuti perché Bruna, così si fa chiamare, stava mostrando le proprie parti intime davanti ai bambini. Mentire per coprire abusi, una prassi già vista in passato e che ha avuto conseguenze nefaste per tutti, soprattutto per i tanti, quasi tutti, che indossano la divisa con onore. Colpisce che i due esponenti della Lega milanese, Silvia Sardone e Alessandro Verri abbiano immediatamente abbracciato le ragioni degli agenti a prescindere, senza verifiche, come se la difesa della categoria fosse un fatto ideologico e di partito, senza capire che proteggere i violenti nuoce in primis alla credibilità delle stesse forze dell’ordine.

L’altro fatto violento della settimana va in scena a Livorno, dove un carabiniere sferra senza senso un calcio in pieno volto a un ragazzo tunisino, già tra l’altro immobilizzato a terra dal collega; il ragazzo aveva appena rubato in un supermercato delle cuffie per il cellulare e del cibo per cani ed era fuggito colpendo il vigilante, poi l’intervento della pattuglia di zona: prima un militare lo blocca in terra, poi il secondo lo colpisce con la scarpa in faccia, tenendolo per il collo mentre il ragazzo continua a implorare “così no, così no”. Scene importate dall’America più profonda e brutale. Va detto che stavolta la reazione dei carabinieri è stata immediata e senza ambiguità: “Tale condotta non è assolutamente in linea con i valori dell’Arma” fa subito sapere il comandante “il comportamento del militare verrà giudicato immediatamente e con il massimo rigore”.

Del resto la vicenda della morte di Stefano Cucchi è una ferita che brucia ancora troppo per non aver consentito di sviluppare gli anticorpi necessari a isolare invece di insabbiare abusi di questo tipo. Certo va detto che anche in questo caso la presenza di un video pubblicato da “Welcome to favelas” sui suoi canali social ha reso incontrovertibile l’evidenza dei fatti per come si sono svolti. Vittime fortunate, verrebbe provocatoriamente da dire a fronte di quelle che resteranno anonime e senza giustizia perché per sorte non sono state immortalate da nessun cellulare.

A questi due fatti della settimana ne va aggiunto un terzo, molto diverso dai primi e che ha avuto scarsa visibilità mediatica. Stavolta siamo a Roma, a Tor Bella Monaca, dove vive Tiziana Ronzio che ha fondato insieme ad altri cittadini “Tor più bella” un’associazione che denuncia e contrasta il degrado sociale e strutturale della zona, il cui vero welfare tra le torri delle case popolari alte 15 piani resta lo spaccio di cocaina ed eroina. Tiziana premiata per il suo impegno nel 2019 dal Presidente Mattarella ha ricevuto negli anni intimidazioni e ritorsioni di ogni tipo dagli spacciatori della zona, uomini a disposizione del clan di camorra Moccia che da vent’anni ha importato nel quartiere con successo il modello Scampia. “Le medaglie sono belle” mi dice Tiziana “ma non servono a niente se poi dopo il semaforo della via dove vivo non ho più nessuno. Entro nel mio palazzo con le stesse persone che ho denunciato”. Pochi giorni fa è stato scarcerato Giuseppe Moccia, figura apicale dell’omonimo gruppo criminale, che ha pensato bene appena fuori dal carcere di presentarsi da Tiziana, per ben sei volte nello stesso giorno. Ogni volta che usciva di casa Tiziana se lo trovava di fronte con la sua auto. La guardava sfidante e se ne andava. Lo ha fatto anche mentre l’attivista parlava con i carabinieri, che ben conoscono la situazione a dimostrazione dell’assoluto e arrogante senso di impunità con cui certi soggetti si muovono nel quartiere. E pensare che poco prima il sindaco Roberto Gualtieri, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il prefetto Lamberto Giannini ricevevano i ragazzi della scuola nel teatro di Tor Bella Monaca, in occasione della giornata della legalità. Una ritualità vuota se poi chi ha il coraggio di denunciare viene lasciato solo a fronteggiare paura e ritorsioni. Perché mai gli altri cittadini dovrebbero trovare coraggio e voglia di seguire l’esempio di Tiziana se poi le istituzioni celebrano sì gli anniversari ma dimenticano di starle vicino anche solo esprimendole solidarietà? Denunciare in fondo non è un atto di fiducia che si chiede all’inerme cittadino in chi dovrebbe poi garantirne la protezione? Un episodio questo certo diverso da quelli precedentemente ricordati, ma che con questi ha un comune punto di caduta che investe direttamente la credibilità e l’autorevolezza delle istituzioni. Quando la dignità umana in generale, e a maggior ragione quella degli ultimi viene calpestata con manganelli e calci in faccia da chi dovrebbe invece far rispettare le regole con la forza delle leggi e non della violenza, sopraggiunge nei cittadini un senso di smarrimento. Attenzione quindi a non archiviare da un giorno all’altro queste storie, perché la loro violenza ci resta addosso come un livido di sfiducia o peggio di assuefazione.