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di Carmine Gazzanni


Left, 10 luglio 2020

 

Abusi, rappresaglie, pestaggi sarebbero stati compiuti da agenti penitenziari nei confronti di chi chiedeva tutele per la propria salute durante l'emergenza Covid-19. È quanto emerge dalle inchieste partite da esposti dell'associazione Antigone e dai familiari delle vittime.

"Aiuto, mio padre è stato massacrato di botte", denuncia una ragazza con lacrime di rabbia per il papà detenuto a Santa Maria Capua Vetere. "Mio marito è stato picchiato, messo dentro un blindo in mutande, senza vestiti e senza niente", le fa eco una donna il cui compagno è nel carcere di Pavia.

"Sono entrati gli antisommossa a massacrare di botte tutti i detenuti. Molte persone sono state accompagnate in cella perché non riuscivano a camminare", racconta la sorella di un altro ragazzo recluso a Opera, il carcere di Milano.

Sono solo una parte, queste, delle testimonianze a seguito dei giorni caldi dell'emergenza coronavirus: i detenuti temevano che il contagio da Covid-19 potesse arrivare anche nei penitenziari e se questo fosse accaduto, sarebbe stata un'ecatombe. Da qui la richiesta di maggiori garanzie, spesso sfociate in rappresaglie che, tuttavia, sono state spesso sedate con pestaggi e violenze.

Quanto accaduto a marzo - spiega non a caso Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone - costituisce un unicum tragico della storia repubblicana, con le proteste, i morti, le rappresaglie. C'è stata una sottovalutazione dell'ansia e della disperazione che covava nelle carceri".

Secondo quanto risulta a Left, inchieste sono in corso in tutt'Italia, dopo i tanti esposti presentati ora dai familiari delle vittime ora da Antigone. Proprio dopo una dettagliata denuncia dell'associazione che si occupa dei diritti dei detenuti, a Santa Maria Capua Vetere sono finiti nel registro degli indagati 44 agenti penitenziari.

È il 5 aprile quando si diffonde tra i detenuti la voce secondo cui lo spesino di reparto (l'addetto alla spesa) avrebbe contratto il Covid-19 (saranno alla fine accertati tre casi in carcere). Inevitabilmente scoppia la protesta: il sovraffollamento, d'altronde, non garantisce la benché minima sicurezza. Non a caso nel primo pomeriggio del 6 aprile il magistrato di sorveglianza va in carcere per capire le ragioni di quella protesta.

E qui succede qualcosa di incredibile: secondo quanto emerge dagli esposti in mano alla Procura, appena il giudice va via, tra le 15 e le 16, circa 400 agenti fanno ingresso nelle sezioni del reparto "Nilo" (dove il giorno prima era scoppiata la rivolta), suddivisi in gruppi di sette agenti, in tenuta antisommossa e con il volto coperto da caschi.

Alcuni poliziotti sarebbero entrati nelle celle e, cogliendo i detenuti di sorpresa, li avrebbero violentemente insultati e picchiati con schiaffi, pugni, calci e manganellate. Altri detenuti sono invece stati trascinati fuori dalle celle e qui, ancora, picchiati e costretti a radersi barba e capelli. Le testimonianze finite nell'inchiesta raccontano un quadro devastante: un detenuto, a causa delle violenze subite, avrebbe avuto per giorni un occhio livido e gonfio tanto da non riuscire ad aprirlo; un altro ha raccontato alla moglie che non riusciva ad alzarsi dal letto; secondo altre segnalazioni, un uomo sarebbe rimasto sdraiato per terra in mezzo al sangue e privo di sensi, un altro avrebbe urinato per giorni sangue, e un altro ancora sarebbe stato messo in isolamento nonostante due costole rotte e un grave trauma cranico.

Non sarebbero stati risparmiati neanche detenuti anziani o con problemi psichici: uno di loro sarebbe stato prima denudato, poi picchiato con calci e manganellate sulla testa, tanto da riportare gravi lesioni alle costole e forti dolori alla testa. Il caso campano, però, non è isolato. Tre giorni dopo quelle violenze, stesso copione anche a Pavia.

Dopo le proteste causa Covid, le denunce narrano di agenti che avrebbero fatto spogliare i detenuti, li avrebbero messi con la faccia al muro e lì barbaramente sputati e picchiati. Ciò che emerge è anche la sensazione che si sia voluto fare in modo che tutto avvenisse nel silenzio. Non solo tramite minacce, ma anche trasferendo immediatamente i detenuti.

Così è accaduto a Pavia, così nella Casa circondariale di Melfi, in provincia di Potenza. Qui nella notte tra il 16 e il 17 marzo alcuni detenuti della sezione di Alta sicurezza sarebbero stati addirittura legati con le manette, picchiati e, successivamente, si dice in una denuncia, "almeno settanta di loro" sono stati trasferiti in altro istituto, senza la possibilità di prendere gli effetti personali o di vestirsi: molti sono stati portati via in pigiama, ciabatte e privi di occhiali da vista. E anche durante i tragitti in pullman sono state raccontate altre violenze.

A regnare, anche in questo caso, è il silenzio totale con i parenti delle vittime. Una mamma ha addirittura denunciato che solo "mediante Facebook su un profilo creato dai parenti dei detenuti presso il carcere di Melfi, ho appurato che mio figlio, prima del trasferimento a Secondigliano, come gli altri detenuti, è stato picchiato nella cella e poi trasferito".

Altre inchieste, ancora, sono in corso a Milano e a Modena. D'altronde è proprio qui, nella città emiliana, che nei giorni delle rivolte nove detenuti sono morti per ragioni ancora da chiarire. Una traccia di quanto accaduto arriva proprio da alcune denunce consegnate in Procura. Durante le sommosse e le proteste, infatti, i nove reclusi avrebbero assunto autonomamente metadone e altri farmaci utilizzati per la cura della tossicodipendenza: cinque sono morti nel penitenziario di Modena, gli altri quattro dopo essere stati trasferiti.

Dalle carte emergerebbe come i trasferimenti sarebbero avvenuti con l'assenso dei medici che, prima del trasferimento, hanno sottoposto i detenuti a visita. "Qualora, a seguito dell'autopsia, venisse accertato il decesso dei detenuti per una overdose di metadone, è necessario capire come è stato possibile che i detenuti abbiano avuto accesso al metadone e perché non sono stati immediatamente ricoverati quando si sono sentiti male", spiega l'avvocato di Antigone, Simona Filippi. All'attenzione degli inquirenti potrebbe finire anche il consenso sanitario al trasferimento dei detenuti in quelle condizioni, in carceri anche molto distanti da Modena (uno su tutti quello di Ascoli Piceno, per cui occorrono ben 5 ore di viaggio).

"È altamente probabile che l'immediato trasferimento in un pronto soccorso avrebbe potuto evitare il decesso di queste persone", nota ancora la Filippi. Sarà ovviamente la magistratura ad appurare cosa sia accaduto e le eventuali responsabilità. "Fortunatamente - continua ancora Gonnella - oggi esiste il reato di tortura nel codice penale e viene imputato. La violenza è dentro la società, e il carcere non ne è ovviamente esente".

Resta, tuttavia, un problema di "sistema" che trascende le inquietanti violenze delle settimane scorse: "Oggi siamo in una fase di nuova lenta crescita della popolazione detenuta. Ciò anche a causa della campagna mediatica-giudiziaria contro le scarcerazioni di alcuni esponenti della criminalità organizzata. Bisogna evitare di farci trovare strapieni di detenuti all'eventuale ripresa dell'epidemia in ottobre. Sarebbe un disastro colpevole, al pari di quello vissuto nelle Rsa". Va recuperata una visione costituzionale della pena, "oggi - conclude Gonnella - non proprio nel cuore dei decisori politici".