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di Giansandro Merli


Il Manifesto, 4 ottobre 2020

 

Sull'isola il ricordo della strage del 3 ottobre 2013. Da quel giorno altre 20mila persone hanno perso la vita nello stesso mare. Nessuna autorità politica nazionale presente alle celebrazioni.

"Le autorità italiane e internazionali dissero "mai più", invece da quel giorno sono morte nello stesso mare 20mila persone", dice Tareke Brhane, attivista del Comitato 3 ottobre. In quella data, sette anni fa, trecento sessantotto vite umane furono inghiottite dalle acque che bagnano Lampedusa. Le coste dell'isola erano ormai a vista. Ieri come ogni anno sulla più grande delle Pelagie si sono dati appuntamento sopravvissuti (in tutto furono 151), famiglie delle vittime e una rappresentanza di circa 50 studenti di diverse scuole italiane (da Puglia, Lazio, Trentino e altre regioni). A causa delle misure anti-pandemia le partecipazioni sono state in numero ridotto.

La tradizionale marcia da piazza Castello alla Porta d'Europa, il monumento in memoria di chi ha perso la vita in mare, è stata percorsa solo da poche persone per evitare assembramenti. Le altre hanno atteso sullo scoglio incorniciato dall'opera dell'artista Mimmo Paladino. "Molti studenti si sono commossi ascoltando le storie dei sopravvissuti e le testimonianze di quel terribile giorno", racconta Don Mussie Zerai, prete cattolico nato ad Asmara e candidato nel 2015 al Premio Nobel per la pace in virtù del grande impegno a favore dei rifugiati.

Dopo gli interventi e le preghiere, i familiari delle vittime hanno regalato a ragazze e ragazzi un fiore da lanciare in mare mentre insieme ai sopravvissuti si dirigevano a bordo dei pescherecci per depositare delle corone floreali nel luogo del naufragio. Alle 18 si è tenuta la preghiera ecumenica officiata dal cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento.

Alle iniziative non ha partecipato nessuna autorità politica nazionale. Si è visto solo il sindaco di Lampedusa Totò Martello. Di queste assenze non ha colpa il Covid-19. L'attenzione dei politici si è andata riducendo negli anni e già nel 2019 i rappresentati delle istituzioni erano stati assenti ingiustificati. Quel che è peggio, racconta chi ha partecipato alle diverse cerimonie, è che anche tra la popolazione dell'isola c'è stato un cambio di sensibilità forse riflesso nella ridotta partecipazione dei pescatori: i primi anni erano tanti, ieri solo due o tre.

Segno che i discorsi d'odio e la disumanizzazione delle persone migranti rischiano di attecchire perfino nei luoghi che del mare hanno la cultura più profonda. Quella dell'incontro tra diversi, del soccorso come imperativo morale, della contaminazione. "Oggi si ricordano i 368 morti del 3 ottobre a Lampedusa, ma si impedisce il soccorso in mare. Proprio la memoria dell'orrore che ho visto quel giorno di 7 anni fa rende penosa la celebrazione di morti che continuano a morire. La Memoria pretende l'azione per fermare le stragi", ha twittato l'ex sindaca dell'isola Giusy Nicolini.

Due le richieste principali della mobilitazione. "Primo, i sopravvissuti vogliono che sia fatta piena luce su ciò che è accaduto, continuano a ripetere che due imbarcazioni li hanno avvicinati senza soccorrerli - afferma Don Zerai - Secondo, nessun altro essere umano deve essere costretto a rischiare la vita attraversando il mare: servono canali legali di ingresso e un lavoro sui paesi di partenza".

C'è un aspetto della strage del 3 ottobre che non va dimenticato. Lo sottolineò molte volte Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore scomparso prematuramente, nel suo splendido libro La frontiera. 360 dei 368 morti erano eritrei. Non è un dettaglio secondario.

"Sono arrivato in Italia nel 2015 e non ho mai ascoltato una presa di posizione di un governo di qualsiasi colore politico su ciò che accade in Eritrea. Questa è la cosa che mi stupisce di più. Quando arrivano 500 tunisini i politici italiani vanno subito a Tunisi, ma a nessuno sembra interessare perché migliaia di giovani fuggono dal nostro paese", dice Brhane.

Oltre a quella di Lampedusa ci sono state piazze in diverse città d'Italia: da Palermo a Brescia, da Milano a Pescara. Alle mobilitazioni hanno partecipato anche le Ong attive nei salvataggi in mare. A Roma i manifestanti hanno chiesto: riforma della cittadinanza, abolizione dei decreti sicurezza e cancellazione degli accordi con la Libia.