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di Mariano Croce*

Il Domani, 11 luglio 2025

Nel 1630 come nel 2019 si diffuse la convinzione che un reato di straordinarie proporzioni fosse stato commesso da alcuni amministratori assieme a conniventi tecnici e civili. Poco importa se a sei anni di distanza, quei supposti untori si sono rivelati innocenti: la capitalizzazione dell’infamia ha comunque permesso agli accusatori d’allora di raggranellare una manciata di voti. Per un paese come il nostro, che nella propria araldica custodisce l’emblema della Colonna Infame, il caso Bibbiano dovrebbe essere visto, né più né meno, come il coerente sviluppo di una storia illustre.

A Milano nel 1630 come a Bibbiano nel 2019, si diffuse la convinzione che un reato di straordinarie proporzioni fosse stato commesso da alcuni amministratori assieme a conniventi tecnici e civili. Eppure a Bibbiano il clamore fu persino più eclatante, perché molti presunti innocenti furono trattati come se avessero sparso unguenti velenosi, non tanto sui muri e le strade della città, ma su quanto esiste di più indifeso e prezioso, vale a dire i bambini. E poco importa se, a sei anni di distanza, quei supposti untori si siano rivelati innocenti: la capitalizzazione dell’infamia ha comunque permesso agli accusatori d’allora di raggranellare una manciata di voti. Tanto basta - quantomeno a loro.

La sentenza - A Bibbiano non vi fu alcun rapimento di minori, alcun ricorso all’elettroshock, alcun crimine organizzato per la sottrazione di chicchessia. La tormentosa narrativa, patrocinata in particolar modo dalla triade Meloni-Salvini-Di Maio, è naufragata dinanzi alla sentenza (pur sempre di primo grado) del tribunale di Reggio Emilia, che rende nulla una messe di capi d’imputazione, perché i fatti contestati non sussistono. E chissà se in futuro un redivivo Manzoni sarà capace di trarne un saggio storico; ma temo che né da quegli eventi né dai resoconti degli stessi gli italiani sapranno apprendere la lezione, specialmente alla luce dell’esempio fornito dalla classe politica.

Nel 2019, animati da virtuoso zelo, i politici accusatori salmodiavano affettati una varietà di rituali tutti volti a denunciare una turpe oscenità che, a loro dire, un qualche sistema di potere intendeva tener nascosta. E come carmelitane scalze in penitenza per la salvezza dell’umanità, occupavano contriti lunghi spazi televisivi, che i media volentieri cedevano, per celebrare l’ordalia di un processo che avrebbe dovuto aprirsi e chiudersi sullo schermo. Quel processo fu in effetti celebrato, con tutti i rituali del caso e con l’immancabile piacere del giustizialismo splatter, che per l’occasione vantava un sovrappiù di santità, perché si stava accusando l’orco - la cui dieta, com’è noto, prevede solo carne di bambino.

La responsabilità del giudizio - In un periodo in cui si va perorando la proposta di legge Sciascia-Tortora, che vorrebbe radicalmente rinnovare la formazione della magistratura, armonizzando le competenze tecniche con una solida consapevolezza morale, mi chiedo chi potrebbe discutere e legiferare su una materia tanto delicata. Chi, come fece Sciascia nel 1983, potrebbe sollevare con altrettanta carica etica e vitale la questione della responsabilità insita nel giudizio? Quale politico potrebbe oggi insegnare al giovane magistrato, come al semplice cittadino, che non si giudica sulla spinta dell’emozione e men che meno per spirito di parte o pregiudizio personale? Come spiegare che il giudizio non è mai vendetta né predazione, bensì l’esame dell’eventuale torto per la sua riparazione a un tempo ristorativa e pacificante?

Un bel tacer - Proprio per la delicatezza della vicenda, di Bibbiano si sarebbe dovuto fare il caso di scuola per una rinnovata etica della comunicazione politica: si trattava di un quadro complesso, ibrido, ingiudicabile senza dovuto approfondimento, dov’era difficile distinguere il resoconto dall’immaginazione, la cura appassionata dal principio di reato. Si sarebbe dovuto tacere, per ascoltare protagonisti ed esperti, resistendo al piacere pulsionale del boccale di latta che produce clangore sul banco consunto della mescita.

A oggi sembra invece rivivere lo spirito di quei giornali di primo Novecento, in cui politici e scrittori facevano impudente uso dell’infamia come strumento di lotta politica. Al tempo, quantomeno, mezzi di contesa tanto sregolati vantavano le firme di figure insigni come Papini, Prezzolini o Soffici. L’odierno scempio da salotto televisivo, con effettacci di scena e cartelli appesi al collo, non produrrà invece nulla, se non maggiore ignoranza, assieme a un più diffuso e sottile piacere per l’uso a tutto campo dell’ingiuria.

*Filosofo