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di Nicolò Fagone La Zita

Corriere Torino, 27 ottobre 2026

Camera penale e procedimenti di prevenzione: più su reati da Codice rosso che anti criminalità. Il nome richiama la lotta alla mafia, ma in Piemonte le misure di prevenzione vengono utilizzate soprattutto per altro. Il cosiddetto Codice antimafia, che consente di limitare la libertà personale e colpire i patrimoni in base a una valutazione di pericolosità, ha progressivamente allargato il proprio campo di applicazione. I dati del Tribunale di Torino lo mostrano: su 1.463 decreti censiti tra il 2019 e i primi 4 mesi del 2025, soltanto 62, il 4,2 per cento, sono riconducibili alla criminalità mafiosa, mentre la parte più consistente riguarda la pericolosità generica.

È il paradosso al centro della ricerca (confluita in un libro) presentata ieri al Palazzo di Giustizia di Torino dalla Camera penale “Vittorio Chiusano” del Piemonte e della Valle d’Aosta, che ha monitorato l’attività del tribunale competente per il distretto. “Le misure di prevenzione sono il futuro negativo del nostro ordinamento - ha spiegato Roberto Capra, presidente della Camera penale - c’è sempre un ricorso maggiore, anche per il Codice rosso. Ma non le riteniamo in linea con un sistema liberale”. Nel documento, i penalisti denunciano il rischio che l’estensione di questi strumenti comprima i diritti e le garanzie di tutti i cittadini, chiedendo di riconoscere l’”illiberalità” di un sistema che permette di intervenire sulla libertà personale senza un processo penale che accerti la responsabilità. Dalle tabelle che compaiono nel documento emerge che a fare la parte del leone sono i procedimenti legati ai reati del Codice rosso, che per quel che riguarda la cosiddetta “pericolosità qualificata” sono balzati dai due del 2019 ai cento del 2024 e del 2025, superando qualsiasi altra tipologia.

Allo stesso tempo, i provvedimenti riguardanti la pericolosità qualificata derivante da criminalità mafiosa rappresentano meno del 5% dei provvedimenti totali. Nel frattempo, i decreti complessivi sono più che raddoppiati: sono passati dai 136 del 2020 ai 296 del 2024, il valore più alto della serie. Nei primi 4 mesi del 2025, inoltre, ne sono già stati censiti 245. E così l’associazione automatica tra misure di prevenzione e antimafia, sostengono i penalisti, rischia di produrre una “giustificazione dei fini” e di oscurare criticità già sollevate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

L’avvocato Cosimo Palumbo, che in qualità di presidente della Commissione sulle misure di prevenzione ha coordinato la ricerca, affronta il tema richiamando gli scenari distopici di Minority Report di Steven Spielberg, parlando di “ragionevole dubbio e irragionevole prevenzione”. Nel film la polizia predittiva arresta persone ritenute pericolose prima che commettano un reato: “Quel futuro distopico è già la fotografia del presente delle misure di prevenzione”. Il rischio, avverte, è che categorie di soggetti sempre più ampie “vengano sottoposte a misure restrittive in risposta a emergenze presunte che giustificano il maggiore ricorso a strumenti che limitano la libertà personale e consentono di incidere profondamente sulla proprietà privata”. Questo “applicando misure del tutto sovrapponibili a quelle cautelari, in un procedimento caratterizzato da uno statuto processuale obiettivamente debole”, dove “l’alleggerimento degli oneri probatori del pm si accompagna ad un più basso livello di garanzie fondamentali inerenti al diritto di difesa”.

La prevenzione - è stato messo in luce nella presentazione del libro - si è anche estesa ad altri strumenti, dalle zone rosse al Daspo urbano (non ultimo il fermo preventivo anche per i minorenni inserito pochi giorni fa in un neo decreto sicurezza), fino al controllo giudiziario delle imprese. “Sono tutti segnali che convergono verso una progressiva sostituzione del processo penale con il procedimento giurisdizionale di prevenzione”, scrive Palumbo. È in questo slittamento che si annida il rischio di uno “Stato di polizia”, nel quale la ricerca della sicurezza diventa una logica generale di controllo delle libertà individuali. La Camera penale non nega le esigenze di sicurezza, ma chiede che l’eccezione non diventi la regola. Da qui l’appello a restituire alle misure “la loro dimensione reale”, sottraendole “alla retorica dell’emergenza”. E la proposta di parlare non più solo di “Codice antimafia”, ma di “Codice delle misure di prevenzione”: perché strumenti capaci di incidere profondamente sulla libertà personale e sulla proprietà non diventino una scorciatoia rispetto al processo penale.