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di Luigi Manconi

La Stampa, 23 dicembre 2022

Solo la pressione mediatica ha spinto il collega dell’agente a ritrattare: serve una campagna di formazione ai valori della Costituzione.

Dico subito che all’assistente capo di polizia Andrea Pellegrini vanno assicurate tutte le garanzie e le tutele che possano consentirgli di difendersi dalle pesantissime accuse elevate nei suoi confronti dalla procura della Repubblica di Roma.

Secondo quest’ultima, Pellegrini avrebbe sottoposto Hasib Omerovic, l’uomo precipitato dalla propria abitazione nel quartiere Primavalle di Roma, a violenze e vessazioni: lo avrebbe colpito con “due schiaffi nella zona compresa tra il collo e il viso”, obbligandolo a “sedersi su una sedia” per poi legargli “i polsi con il filo del ventilatore”; quindi gli avrebbe “brandito contro un coltello da cucina, urlando: se lo rifai, te lo ficco nel culo” e lo avrebbe colpito “nuovamente con uno schiaffo “, continuando a minacciarlo.

A seguito di ciò, l’uomo avrebbe subito “un verificabile trauma psichico”, che lo avrebbe indotto a scavalcare “il davanzale della finestra della stanza da letto nel tentativo di darsi alla fuga per sottrarsi alle condotte violente in atto nei suoi confronti”. Dal 25 luglio, Omerovic è ricoverato presso l’ospedale policlinico Gemelli e, dopo aver subito numerosi interventi chirurgici, si trova nel reparto di neuroriabilitazione. Contro Pellegrini è stato emesso un provvedimento di custodia cautelare ai domiciliari con l’accusa di tortura e di falso ideologico.

Per quest’ultimo reato altri tre colleghi sono stati raggiunti da avvisi di garanzia. La vicenda è monotonamente e cupamente ripetitiva. La vittima, questa volta, non è un tossicodipendente e nemmeno un piccolo criminale e, tuttavia, presenta due tratti distintivi che ne fanno un bersaglio particolarmente facile e, allo stesso tempo, odioso agli occhi di una parte dell’opinione pubblica: Hasib Omerovic appartiene alla comunità dei rom bosniaci ed è sordomuto. E le violenze si sono verificate in presenza della giovane sorella, affetta da deficit cognitivo. Uno scenario dove la debolezza di protezione sociale e la difficoltà di integrazione rendono più agevole, e sembrano arrivare a giustificare, l’esercizio dell’abuso e dell’arbitrio da parte di uomini appartenenti agli apparati dello Stato. In questo caso, lo stigma risulta particolarmente intenso, perché nella gerarchia delle ostilità diffuse, da anni ormai, i rom rappresentano il massimo di “nemicità”.

Tanto più quando la persona in questione viene considerata - e additata nelle comunicazioni delle reti social - come un “molestatore”. Dunque, se le cose fossero andate secondo quanto sostiene la procura, l’agente - come in un film poliziottesco degli Anni 70 - si sarebbe fatto giustizia da sé, anticipando la pulsione vendicativa che cominciava a covare tra gruppi di abitanti del quartiere. Ma cosa emerge, più in generale, da questa ennesima vicenda di illegalità di Stato?

Proprio il fatto che a denunciare le torture sia stato un collega, l’agente Fabrizio Ferrari, dimostra come i comportamenti violenti siano diffusi ma non generalizzati. E, tuttavia, mai adeguatamente contrastati. Non certo casualmente, altri poliziotti e lo stesso Ferrari hanno sottoscritto una ricostruzione dell’accaduto priva di fondamento.

Da qui l’accusa di falso ideologico. Come tutti gli apparati delegati all’esercizio della forza, lo spirito di corpo è componente essenziale e vincolo assai saldo dei rapporti interni. Tanto più, dunque, va apprezzata la scelta dell’agente Ferrari, che ha trovato la forza per rompere la relazione di connivenza. Ma quest’ultima e la conseguente omertà valgono non solo nell’ambito del piccolo gruppo di agenti che entrarono nell’abitazione di Omerovic.

Vale, purtroppo e troppo spesso, lungo la catena gerarchica, che va dai livelli inferiori fino talvolta a quelli apicali. Nel processo per la morte di Stefano Cucchi, ma già in quello per la fine di Giuseppe Pinelli (15 dicembre 1969) e in mille altre circostanze lungo questo mezzo secolo di storia, la rete dei silenzi, delle complicità, delle omissioni, ha tentato con implacabile pertinacia di occultare o mistificare la verità. Lungo questo stesso mezzo secolo, quante volte i responsabili dei corpi di polizia hanno trovato le parole giuste per condannare quei comportamenti dichiarandone, senza mezzi termini, l’illegalità?

Tutte le parole di autocrifica, di fronte a esiti processuali che hanno certificato le responsabilità penali di poliziotti e carabinieri, sono giunte drammaticamente postume. Mai hanno avuto la capacità di prevenire un abuso, lanciare un allarme, segnalare una tendenza pericolosa. Le frasi, certo forti, dell’ex capo della polizia Franco Gabrielli a proposito della “catastrofe” che fu la gestione dei fatti del G8 di Genova del 2001, arrivano solo 16 anni dopo. E le scuse del comandante generale dell’Arma dei carabinieri Tullio Del Sette si possono ascoltare solo dopo anni di indifferenza e di inerzia che hanno gravemente ritardato l’acquisizione della verità sulla morte di Stefano Cucchi.

Cosa aspettano ancora i massimi responsabili dei corpi di polizia per lanciare, finalmente, una grande campagna di formazione che sia in grado di educare ai valori della Costituzione? E che affermi solennemente che l’incolumità di chi si trovi nella custodia dello Stato rappresenta, per lo Stato stesso, le sue istituzioni e i suoi uomini, il bene più prezioso e il principio fondativo dello Stato di diritto?

È questa, a ben vedere, la ragione più profonda che motiva l’introduzione, pur così tardiva, del reato di tortura nel nostro ordinamento giuridico. In proposito, nel 2018, Giorgia Meloni, in un tweet poi rimosso, aveva scritto di voler abrogare il reato di tortura perché “impedisce agli agenti di fare il proprio lavoro”. Nel caso della tragedia di Primavalle, e fino a prova contraria, si è trattato davvero di un “lavoro sporco”.