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di Daniela Piana

Il Dubbio, 9 novembre 2022

L’enfasi immediatamente posta dal ministro Carlo Nordio sulla giustizia penale nelle prime azioni del governo opera come un fascio di luce di attenzione e di salienza istituzionale e sociale sul significato che il processo penale svolge in una società democratica. Non si può evitare di volgere l’ascolto verso la voce di Paul Ricoeur che non esitava ad affermare la duplice natura funzionale della giustizia, legata ad una sua intrinseca struttura a “due tempi”.

Un tempo corto, quello della risoluzione di una controversia, ovvero del ripristino di un ordine o di una simmetria, fra parti; un tempo lungo, quello della riaffermazione, ad ogni celebrazione processuale, della validità delle regole democratiche nel governare il vivere insieme e, per conseguenza, della legittimazione del patto sociale sotteso alla costituzione. Tale secondo tempo, che attiene certamente all’impatto che la giustizia ha sulla società e sulla sua “tenuta”, si riferirebbe - e chi scrive conviene su questo punto - ad ogni fase processuale, ivi inclusa quella di esecuzione.

Ora, nella giustizia penale, ragionare in questi termini comporta una serie di passaggi pratici di non poco conto. Innanzitutto, la ineludibile necessità di moderare, finanche limitare il più possibile, la disfunzionale e largamente nociva torsione della attenzione mediatica alla fase delle indagini, a discapito di una disamina dei fatti giudiziari che si dispiegano nella fase del dibattimento, ma soprattutto lungo tutte le fasi del processo, dal momento dell’esercizio dell’azione penale al momento della esecuzione della pena ovvero della assoluzione.

Se, infatti, sarebbe impossibile negare - né opportuno, data la pervasività di quello che chiamiamo “fatto mediatico” - la compenetrazione della sfera generata e permanentemente sollecitata ed evocata dalla onnipresenza dei social media con la sfera istituzionale che in una società democratica si crea attorno alla funzione giustizia, allora l’esortazione a seguire ed investire un quantum congruo di risorse di carattere simbolico, comunicativo, materiale e cognitivo/ informativo su tutte le fasi che danno corpo a quel sistema funzionale che “giustizia penale” ci pare un corollario necessario.

La seconda questione riguarda il momento del tempo lungo, ossia il significato che la giustizia penale genera, con onde lunghe aventi la capacità di profondamente sommuovere la legittimazione - che si deve dare in modo permanente anche se largamente silenzioso - del patto sociale. E qui si arriva alla questione della progettazione degli spazi di esecuzione della pena e dei raccordi che si rendono necessari fra quegli spazi - e le azioni che ivi si dispiegano - e gli spazi dove la vita non soggetta a limitazioni delle libertà e alle fragilità che queste inducono si muove, produce, cambia e si esprime.

Se ne evince la opportunità della promozione di un ripensamento del plesso funzionale della esecuzione della pena, sia essa carceraria, sia essa di messa alla prova, che sia ispirato da un ragionamento di insieme, su quali siano, già dentro agli spazi di esecuzione, le azioni e le condizioni da introdurre per fare sì che, nel rapporto con la società e con il territorio, le traiettorie di vita individuale che sono segnate da segmenti più o meno lunghi, ma finiti, di esecuzione della pena, sia possibile misurare immediatamente l’impatto di ricostruzione delle capacità di vivere nella e con la società democratica che devono essere in dotazione delle persone.

Questa prospettiva si rifletterebbe parallelamente e non senza connessioni con quanto prima detto sull’impegno istituzionale profuso per evitare le forme di radicalizzazione indotte da una socialità improntata su dinamiche di in-group e out-group, legate ad una evidente rappresentazione dell’interno e dell’esterno segnata dalla discontinuità di un muro materiale, contrariamente a quanto invece dovrebbe affermarsi al di là di ogni perimetro spazio- funzionale o identitario, ossia il rispetto, dimostrato e tangibile, delle regole democratiche a prescindere dagli spazi in cui ci si trova.

Infine, lo stesso ragionamento e le conseguenze pratiche che ne derivano andrebbe nella direzione di assicurare il fatto che l’investimento sugli spazi sia già pensato ex ante avendo in mente come la organizzazione del lavoro e la articolazione della strategia di dematerializzazione e di digitalizzazione interverranno - ovvero stanno intervenendo - sulla trasformazione del mondo “giustizia” e sulla funzionalità della giurisdizione nel suo insieme. Le cose da fare sono tante e di certo non sarà possibile farle tutte nello scorcio temporale di un istante. Nessun processo di cambiamento si lascia comprimere in tempi angusti.

Ma rimettere al centro il fatto che vi sia una urgenza rispetto alla condizione dell’edilizia penitenziaria è ora possibile e necessario. Possibile perché abbiamo tante metodologie e tante prassi, anche di carattere comparato, che ci parlano di spazi funzionali pensati per integrare, fin da subito, quelle azioni che puntano sulla responsabilità e sulla autonomia della persona con un impegno che questa prende nei confronti della società democratica.

Questo appare un passo - primo, non sufficiente e risolutivo, ma importante e necessario - per riconoscere quanto profondamente, e nel lungo periodo, possa essere di impatto la giustizia penale nel suo insieme, all’interno di un Paese che non manca di soffrire di sbilanciamenti fra sfere e funzioni.