di Valentina Farinaccio
La Repubblica, 11 novembre 2022
“Da domani faccio la brava” è il titolo scelto per il video e il libro fotografico del fotoreporter Giampiero Corelli che racconta le storie di chi vive nelle carceri femminili. La prima a parlare è una quarantatreenne di origini sarde. Ha ucciso un uomo che conosceva a malapena e che “non mi aveva fatto niente”. È in carcere da sette anni, pensa che “sia una malattia terminale, il senso di colpa”. Da domani faccio la brava. Donne, madri nelle carceri italiane è un progetto del fotoreporter Giampiero Corelli: un video, che pubblichiamo in anteprima, e un libro fotografico, uscito per Danilo Montanari Editore, per raccontare le detenute e le loro storie.
Con la sua camera, Corelli è entrato nelle celle, nei cortili, nelle ore d’aria di tredici istituti penitenziari: Torino, Palermo, Catania, Messina, Napoli, Reggio Calabria, Bologna, Roma, Firenze, Forlì, Venezia, Trani e Milano. A dimostrazione della fiducia che il fotografo si è conquistato sul campo, sfilano sulle pagine e in video decine di facce scoperte. Ritratti vivissimi, passeggiate con i muri intorno, mani e braccia fra le sbarre, un piede su cui è tatuata la parola freedom. Le interviste sono piccole confessioni raccolte nei due anni di pandemia. Omicidi, furti, droga, oppure niente: “Il giudice scrive di avere contezza del fatto che io copro il vero colpevole, però mi condanna a un fine pena mai”, racconta una detenuta. Un’altra dice di venire da una famiglia perbene, e di esserne la pecora nera: “Sono l’unica pregiudicata della stirpe”. Un’altra ancora si presenta come camminante: “Andiamo in giro con i camper o con le roulotte. Ci sono dei camminanti che vendono i palloncini, camminanti che fanno gli arrotini, aggiustano cucine a gas. Poi ci sono camminanti tipo me, che vanno a rubare”. Nel progetto di Corelli, c’è spazio anche per guardare il carcere da un altro punto di vista. Come a una gabbia che protegge da quello che non c’è: un ponte fra l’interno e l’esterno, per esempio. Il fotografo conferma: “Sento la responsabilità del mio lavoro proprio per l’importanza che ha portare fuori, grazie alle mie immagini, un mondo che purtroppo non si conosce o che non si vuole conoscere”. E infatti affida la conclusione a una detenuta che ammette commossa: “La società non si pone il problema. Mentre qua, almeno qua, non siamo i nostri reati, ma delle persone”.










