di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi
La Repubblica, 8 giugno 2026
Tupac morì nel 1996 in un ospedale di Las Vegas, all’età di 25 anni, dopo sei giorni trascorsi in coma a seguito di un’aggressione armata. Anche Abrar Jarrar è morta a 21 anni in ospedale, ma dopo aver tentato il suicidio nel carcere di Trento il 24 maggio scorso. Tupac Shakur aveva la stessa età di Abrar Jarrar quando scrisse Trapped, singolo considerato tra i più politicamente espliciti del rapper di East Harlem. Il testo racconta la brutalità degli abusi di polizia nei confronti della comunità afroamericana, dell’impossibilità di uscire fuori dal ghetto per chi ci è nato e, soprattutto, della crudeltà di un carcere da cui, quando esci, vieni risputato fuori più distrutto di come eri entrato. Il verso finale del ritornello recita: Dimmi cosa faccio, vivo in una cella di prigione? / Preferisco morire piuttosto che restare intrappolato in un inferno vivente.
Jarrar, anche lei ventenne, aveva scritto una canzone dal titolo Rich firmata da lei e da Feet Abri. Non sappiamo, però, se fece in tempo a inciderla. Scrive Jarrar: Non mi serve un dizionario per capire cos’è un penitenziario / è solo che non comprendo il vostro sistema carcerario / non è mancanza d’affetto che mi ha portato qui dentro / è solo che lo Stato non mi ha apprezzato. (Rich, Apas Trento, Non solo dentro, 2024).
Tupac morì nel 1996 in un ospedale di Las Vegas, all’età di 25 anni, dopo sei giorni trascorsi in coma a seguito di un’aggressione armata. Anche Abrar Jarrar è morta a 21 anni in ospedale, ma dopo aver tentato il suicidio nel carcere di Trento il 24 maggio scorso. Jarrar non era una rapper, eppure oltre alla cronaca della sua morte, quello che rimane di lei sui giornali è proprio il testo di una canzone. Che le due esistenze non avessero nulla in comune al di fuori di una esperienza del carcere in giovane età conta fino a un certo punto. Quel che preme sottolineare è la persistenza di due elementi narrativi, tanto nel rap italiano quanto in quello statunitense, che rispecchiano fedelmente l’immutabilità del sistema penitenziario universalmente diffuso: il carcere come tappa prevista di un percorso di esclusione e violenza in cui il dentro finisce per sopperire al fuori e la reclusione come pena di Stato votata alla sofferenza e all’umiliazione dell’individuo.
Jarrar, nonostante la sua giovanissima età, doveva scontare ancora cinque anni di reclusione derivanti da un cumulo di pene ed era già passata per tre carceri diversi, prima Verona, poi Venezia e ora Trento. Simone Casciano, cronista di Itquotidiano, tra i primi a ricostruire la vicenda, scrive che ripercorrere la vita di Jarrar è come provare a risolvere un puzzle “i cui bordi però non coincidono”. Era cresciuta a Cremona, aveva sviluppato alcune dipendenze per cui gli avvocati avevano chiesto più volte il ricovero in comunità e in cambio aveva ricevuto solo trasferimenti in istituti penitenziari diversi. Il cappellano del carcere di Verona ricorda di averla conosciuta su un autobus mentre rubava una catenina. Poi, quando l’ha ritrovata detenuta, ha provato a supportarla, ma “il problema centrale - ha detto in un’intervista a Casciano - era che per lei il carcere era il posto sbagliato”.
A scorrere le statistiche sul sovraffollamento del penitenziario di Trento (400 detenuti per una capienza di 240 persone), quelle sugli atti di autolesionismo avvenuti nello stesso carcere (353 episodi tra il 2020 e il 2025) e quelle sui tentati suicidi (59 casi nello stesso periodo), e consapevoli che questo quadro locale rispecchia fedelmente la situazione nazionale, viene da chiedersi: per chi, esattamente, il carcere è il posto giusto? Da sottolineare come il dato, ancorché tragico, è sottostimato, poiché le morti come quelle di Jarrar, non figurano ufficialmente come suicidi in carcere. Tecnicamente, infatti, la giovane risulta morta in ospedale.
Ad aggravare ulteriormente il quadro un altro elemento: secondo la famiglia di Jarrar sul corpo della giovane sono state trovate delle ferite incompatibili con un gesto suicidario e lo stesso avvocato ha annunciato che procederà con la richiesta di un’autopsia per verificare le effettive cause del decesso. In un’intervista del 1993 Tupac si chiedeva perché le loro vite dovessero essere più sacrificabili delle altre. “La violenza che vivevamo per le strade e in carcere l’abbiamo messa nei nostri dischi per anni. E dopo tanto tempo, oggi, forse la gente comincia a riconoscerla nelle statistiche. Ma se non ne parlassimo nessuno vedrebbe quei numeri”.










