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di Anna Foa

La Stampa, 15 giugno 2025

In prospettiva solo chi ha la cittadinanza Usa potrà calpestarne il suolo. Fin dalle lontane epoche preistoriche gli esseri umani si sono spostati sulla Terra. Ma è anche vero che negli ultimi due secoli questi spostamenti si sono moltiplicati, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento in particolare, con l’urbanizzazione e le trasformazioni sociali ed economiche della società europea. Per non parlare della precedente colonizzazione delle Americhe, e per citare solo i fenomeni più macroscopici, gli ultimi decenni dell’Ottocento, oltre ad essere l’epoca della colonizzazione del continente africano ed asiatico, sono stati anche caratterizzati da grandi fenomeni migratori, come quelli che hanno portato negli Stati Uniti milioni di ebrei dell’Est Europa, di irlandesi, di italiani.

Quando nel 1924 gli Stati Uniti chiusero quasi totalmente le porte agli emigranti, i grandi movimenti di popolazione sembrarono per qualche decennio rallentare, per riprendere con la Seconda guerra mondiale, con caratteristiche diverse, in gran parte forzate. Per arrivare, col dopoguerra, ai grandi spostamenti che coinvolgono polacchi e tedeschi, ebrei sopravvissuti ai campi, e poi europei ricacciati in madrepatria nell’era della decolonizzazione.

Tutti questi movimenti si distinguono fra loro innanzi tutto per il fatto di essere più o meno volontari, più o meno forzati. Forza che può anche essere determinata dalla fame, dalla miseria, e non solo dalla violenza delle armi. Poi, dal livello più o meno forte dell’integrazione dei nuovi arrivati con i precedenti abitanti. E ancora, dalla violenza esercitata su di loro, come nel colonialismo, o inversamente da quella esercitata sui nuovi arrivati, come nelle migrazioni in Europa di uomini e donne del terzo mondo. Per quanto sia in ogni caso raro incontrare migranti accolti a braccia aperte nel mondo dove si stabiliscono, o inversamente nativi considerati come esseri umani di pari dignità dai loro colonizzatori, è solo negli ultimi decenni che la percezione dei migranti che si è determinata in molta parte dell’Europa ha portato all’immagine dell’invasione barbarica, della sostituzione etnica.

Un tema che abbiamo molto sentito ripetere in anni recenti, malgrado le analisi economiche e demografiche che lo smentivano. Un tema nutrito di razzismo verso i non bianchi, di timore degli strati più deboli della popolazione di perdere il loro sia pur minimo ruolo e potere, di paura del diverso. Di qui la stretta sulla concessione della cittadinanza. Avevamo pensato che questa fantasia potesse col tempo essere cancellata o almeno attenuata dall’integrazione, dalla battaglia contro il razzismo, dalla memoria stessa del passato, quando a migrare e ad affrontare le immani difficoltà che questo comportava eravamo noi. In particolare, noi italiani, migranti per eccellenza. Con la memoria delle visite mediche che selezionavano i migranti all’arrivo negli Stati Uniti, accettando solo quelli sani, o delle gabbie dei minatori in Belgio, e così via. Abbiamo anche, negli ultimi decenni, chiuso gli occhi di fronte all’immane ecatombe di migranti nel Mediterraneo, preferendo rifiutare aiuto alle barche in procinto di affondare, e lasciando che il Mare Nostrum divenisse un immenso cimitero sott’acqua.

Ma oggi ci troviamo di fronte ad un passo ulteriore, sull’onda di nazionalismi sempre crescenti e di chiusure sempre più strette. Il nuovo presidente degli Stati Uniti ha preso infatti tanto sul serio il suo motto sul primato degli americani, da decretare illegale addirittura il viaggio negli Stati Uniti da parte dei cittadini di numerosi Paesi del mondo. E da tentare di chiudere le prestigiose università americane agli studenti stranieri, di bloccare i più importanti scambi culturali come le borse Fullbright. Il mondo si è ristretto. Significa che, in prospettiva certo, solo chi ha la cittadinanza degli Stati Uniti può calpestarne il suolo.

Che le università devono avere solo studenti che siano nati nel Paese. Che alla fine non solo i migranti, ma anche i semplici visitatori saranno lasciati fuori dai confini. Niente più Grand tour, come nell’Italia del Settecento, niente più turismo di massa, come ai nostri giorni. È un esempio che si estenderà al resto del mondo? Certo, è un processo solo iniziato, e ad opera di un personaggio come Trump che definire “strano” è solo un eufemismo. Ma è un passaggio che nessuno, nemmeno i sostenitori della “grande sostituzione” potevano prevedere. Forse si fermerà, ma per ora è cominciato, generando nei viaggiatori timori non infondati di essere fermati per strada e di vedere il loro visto trasformarsi come per magia in carta straccia. Quando non ci sono più regole, tutto diventa possibile. Succederà davvero che la paura del diverso, dello straniero, del migrante si trasformi in una chiusura ermetica dei nostri confini? E cosa comporterà per chi sarà dentro quei confini, oltre che per chi ne resterà al di fuori?