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di Daniele Zaccaria

Il Dubbio, 7 marzo 2022

In principio ci fu il tribunale di Norimberga con le sue dodici condanne a morte e il drammatico suicidio di Herman Goering. L’idea balenava nella testa di Louis Gabriel Gustave Moynier già alla fine dell’Ottocento: creare un tribunale internazionale che giudicasse i crimini di guerra e le violazioni della Convenzione di Ginevra.

Ma quella del giurista svizzero fondatore della Croce rossa era una battaglia isolata, che raccoglieva il consenso di ristrette élite e l’ostilità delle nazioni costantemente impegnate nei conflitti. Così non se ne fece nulla. Bisognerà aspettare la fine della Seconda guerra mondiale: l’accordo di Londra istituisce infatti il tribunale militare internazionale di Norimberga, chiamato a giudicare le atrocità del Terzo reich, accusati di complotto, crimini contro la pace e crimini contro l’umanità, reato che compare per la prima volta nella storia.

Alla sbarra 21 ex dignitari nazisti e stretti collaboratori di Adolf Hitler. Tra i più noti il numero due del regime Herman Goering, il ministro della Difesa Joachim von Ribbentrop, l’ex vicecancelliere Rudolf Hess e l’architetto del Fuhrer Albert Speer. Oltre 300mila le testimonianze, 6600 le prove e i reperti presentati in aula, tremila tonnellate di materiale archiviate in 42 volumi. Durante gli interrogatori vengono mostrate decine di filmati realizzati dai cine operatoti americani sull’orrore dei campi di sterminio, ma anche dagli stessi nazionalsocialisti: i forni crematori di Buchenwald, le saponette e i raccapriccianti abat jour di pelle umana ricavati dai cadaveri degli ebrei, gli ossari spettrali, i crudeli esperimenti medici sui prigionieri del campo di Belsen. L’impatto di quelle immagini fu devastante.

Gli imputati si difendono come possono, si dichiarano non colpevoli, spiegano che loro hanno solamente obbedito a ordini superiori, ma non seguono una linea comune, non solidarizzano tra di loro, ognuno ha il suo avvocato e ognuno ha un solo obiettivo: salvare la pelle. Il più combattivo di tutti è Goering, il cappotto militare, le mostrine e gli anelli alle dita delle mani, si difende con veemenza ribattendo colpo su colpo a ogni atto d’accusa ma non rinnegando mai il suo vincolo profondo con Hitler. Il primo ottobre del 1946 arriva il verdetto: 12 condanne a morte (di cui una in contumacia per il segretario di Hitler) Martin Borman, tre ergastoli, due pene a 20 anni di reclusione, una a 15 e due a dieci anni e tre assoluzioni. Il 16 ottobre dieci di loro vengono giustiziati tramite impiccagione. Si sottrae Goering che la notte prima dell’esecuzione sceglie di togliersi la vita con una pasticca di cianuro, venire appesi a un patibolo non è la fine degna di un capo militare. Muore suicida come Himler, Goebbels e naturalmente Hitler, che avevano deciso di farla finita prima che i russi conquistassero Berlino.

Dopo Norimberga l’assemblea generale dell’Onu dà mandato alla Commissione giuridica di elaborare un codice penale che identifichi i crimini contro la pace e l’umanità. Ma siamo in piena Guerra Fredda e le nazioni dei rispettivi blocchi, per evidenti ragioni politiche, non riescono a trovare un accordo. Se gli orrori della Seconda guerra mondiale avevano fatto prendere coscienza alla comunità internazionale che si era ripromessa di non lasciare più impuniti i crimini contro l’umanità, gli anni che seguono, seppur in scala minore, sono costellati di genocidi e repressione di Stato, dalla Cambogia di Pol Pot al Cile di Pinochet, all’Uganda di Amin Dada.

La svolta arriva all’inizio degli anni 90, con il crollo del socialismo reale e la fine della divisione in blocchi. Ci vorranno però ancora sette anni per l’istituzione della Corte penale internazionale, il cui statuto è ratificato a Roma il 17 luglio 1988 da 120 nazioni, anche se la Cpi diviene effettivamente operativa soltanto nel 2002. Anche in questo caso, oltre alla fine della Guerra Fredda con il rimodellamento degli equilibri geopolitici mondiali, sono stati i genocidi in Ruanda e in ex Yugoslavia a dare l’impulso decisivo. In particolare i massacri dei Balcani finiti qualche anno prima sotto la lente d’ingrandimento del tribunale speciale per i crimini in ex Yugoslavia.

L’organismo che nel 2002 portò a giudizio l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic accusato di aver pianificato e realizzato la pulizia etnica dei musulmani di Bosnia. Milosevic muore in una cella dell’Aja nel 2006 prima che venga emessa la sentenza, per un infarto miocardio dicono le cronache, anche se i complottisti di mezzo mondo adombrano, senza mai riuscire a provarlo, l’ipotesi dell’avvelenamento. Tra le altre condanne illustri della Cpi figurano quella di Rodovan Karadzic, ex presidente della repubblica serba di Bosnia Herzegovina (40 anni di reclusione per crimini di guerra) e del suo comandante militare Ratko Mladic, ergastolo per il massacro di Srebenica in cui le sue milizie fecero a pezzi in un solo giorno oltre 8mila musulmani bosniaci.