di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 1 luglio 2026
Dalle macerie del terremoto in Venezuela affiorano, purtroppo, tantissimi cadaveri, pochi superstiti e le storie di chi non avrebbe mai immaginato una calamità così grave. Oltre cento persone risultano disperse sotto i resti di un albergo della città di La Guaira, a nord di Caracas. La struttura, crollata dopo il sisma di una settimana fa, ospitava 146 persone - di cui 19 donne e 7 bambini - espulse dagli Stati Uniti e giunte in Venezuela con un volo da Miami poche ore prima del terremoto. L’arrivo all’aeroporto internazionale “Simón Bolivar” della capitale venezuelana era stato organizzato come ultimo atto della procedura di espulsione avviata dall’Ice, l’agenzia federale di polizia degli Stati Uniti responsabile dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione e del controllo doganale. Chi si è salvato a La Guaira ha descritto attimi di terrore e il tentativo disperato per chiedere ai soccorritori di intervenire nell’Hotel Santuario, il luogo in cui erano ospitati i cittadini espulsi dagli Usa. Gli immigrati clandestini erano stati trasferiti da Miami nelle ore precedenti il sisma.
Tra i superstiti dell’albergo di La Guaira, una donna di 58 anni, Lisbeth Portillo, che all’agenzia AP ha raccontato di essere riuscita a mettersi in salvo con una ventina di persone. Portillo è stata coinvolta nella campagna di deportazioni di massa dell’amministrazione Trump, dopo aver raggiunto gli Stati Uniti nel 2021 dal Messico. “Ho iniziato a sentire - ha affermato Portillo - un forte scricchiolio e ho visto alcune donne accanto a me cadere. Tutte urlavano chiedendo aiuto con il verificarsi della prima scossa. Con la seconda scossa, avvenuta neanche un minuto dopo, sono caduta e sono finita in uno spazio creato da una trave nel frattempo crollata. Per fortuna sono riuscita a liberarmi, nonostante molte contusioni sono riuscita a camminare e a chiedere aiuto”.
Da maggio i rimpatri dagli Stati Uniti si sono intensificati. L’Ice Flight Monitor ha rilevato 288 voli verso 38 Paesi, tra cui, oltre al Venezuela, Burkina Faso, Cambogia, Camerun, Cile e Costa d’Avorio. Secondo l’Ice Flight Monitor, a maggio gli Stati Uniti hanno effettuato 12 voli di rimpatrio verso Caracas, con una frequenza di tre giorni a settimana. I voli con destinazione Venezuela sono ripresi nel febbraio di quest’anno, dopo una pausa di tredici mesi. Nella sua testimonianza Lisbeth Portillo ha confermato il trasferimento nell’Hotel Santuario La Llanada, dove lei e gli altri cittadini espulsi dagli Stati Uniti sono stati sottoposti a visite mediche e hanno ottenuto documenti di identità. Il ritorno effettivo a casa sarebbe avvenuto il 25 giugno. Gran parte delle persone imbarcate sui voli dell’Ice sono andate incontro ad un tragico destino: mandate via dagli Stati Uniti per morire in patria a causa del terremoto.
L’ultimo bilancio dei morti intanto è salito a 1.719. La macabra conta viene aggiornata un paio di volte al giorno; il numero delle vittime è comunicato dal presidente del Parlamento, Jorge Rodriguez (fratello della presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodriguez). I feriti sono oltre 5 mila. Al momento 22.619 persone sono ricoverate negli ospedali o nei posti di prima emergenza. Dopo le due scosse del 24 giugno di magnitudo 7,5 e 7,2, si sono contate fino a ieri più di 600 repliche. La macchina dei soccorsi e della solidarietà lavora senza sosta, nonostante la difficoltà a raggiungere ancora molte zone devastate dal sisma. Ieri è arrivato in Venezuela un carico di 47 tonnellate di aiuti umanitari dell’Unicef a sostegno dei bambini e delle famiglie colpite. La spedizione, che si avvale anche del supporto dell’Unione Europea, comprende kit sanitari di emergenza per cure mediche urgenti, tra cui aiuti per garantire parti sicuri, assistenza ai neonati e prevenzione e cura delle malattie. Sono compresi aiuti per la depurazione e lo stoccaggio dell’acqua, tende per allestire spazi a misura di bambino e punti di assistenza, aiuti per la mobilità, tra cui sedie a rotelle, e materiali ricreativi e per lo sviluppo della prima infanzia. Tutto per consentire ai più piccoli di ritrovare un senso di normalità e continuare ad apprendere. “La nostra consegna - ha commentato Roberto Benes, direttore regionale dell’Unicef per l’America Latina e i Caraibi - non poteva avvenire in un momento più critico per i bambini del Venezuela. Le famiglie in tutti gli Stati colpiti hanno urgente bisogno di acqua potabile e di accesso all’assistenza sanitaria. Molti dormono all’aperto, temendo ulteriori scosse di assestamento. Questi aiuti ci consentiranno di fornire ai bambini e alle famiglie ciò di cui hanno più bisogno in questo momento: cure mediche, acqua potabile e spazi sicuri. Ma i bisogni sul campo sono di gran lunga superiori a quanto è arrivato oggi e abbiamo bisogno di un sostegno costante per continuare a potenziare la nostra risposta”.
A proposito di infanzia negata - in questo caso dal terremoto -, una bella notizia. Dopo sei giorni sotto le macerie, un bimbo di tre anni è stato estratto vivo da un edificio residenziale nello Stato di La Guaira. Il piccolo si chiama Klieber Moran. A salvargli la vita sono stati i soccorritori giunti dalla Giordania. Una speranza nel Venezuela che non riesce ad immaginare più il proprio futuro.










