di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 29 giugno 2022
Intervista al pg della Cassazione Giovanni Salvi. Sul caso Palamara: “Abbiamo reagito. C’è un disegno politico per delegittimare la funzione giudiziaria”.
Procuratore Giovanni Salvi, due anni e mezzo fa lei fu nominato procuratore generale della Cassazione nel pieno di una crisi di credibilità della magistratura che non appare superata. Qual è il suo bilancio nel momento in cui lascia la toga e l’incarico?
“La mia generazione ha vissuto momenti di grande difficoltà. Il terrorismo sconvolse le nostre vite private; ricordo le aspre polemiche sui processi di mafia, le accuse di politicizzazione quando si toccavano i potenti. Sentivamo però la fiducia dei cittadini. Oggi invece pesa il disvalore del correntismo e il ruolo distorto delle correnti nel Csm, ma soprattutto credo che i cittadini siano colpiti dalla lentezza delle procedure giudiziarie e dall’incertezza degli esiti. Sull’efficienza del sistema più che le colpe dei magistrati hanno pesato scelte errate della politica”.
Lei che iniziative ha preso per provare a trovare dei rimedi?
“Si è cercato anzitutto di limitare la percezione che la risposta cambiasse a seconda della porta a cui si bussa. L’incertezza ha effetti gravi sui diritti delle persone e sul corretto funzionamento dell’economia. Le decisioni devono essere prevedibili, per quanto possibile. Per questo abbiamo adottato gli “orientamenti” che sono frutto non dell’autorità o della gerarchia ma di una lettura condivisa delle norme”.
Con quali risultati?
“Di grande rilievo. Pensate a cosa sarebbe potuto accadere durante la pandemia se si fossero moltiplicate le denunce ai medici o i fallimenti delle imprese. Gli orientamenti sulla colpa medica o sulla insolvenza da Covid hanno consentito di avere azioni uniformi e non avventate, così come sono cessati i sequestri generalizzati di interi lotti di vaccino. Abbiamo poi fatto di tutto per ridurre il sovraffollamento delle carceri, per tutelare la salute dei detenuti e del personale”.
Ma non c’è il rischio di limitare in questo modo l’autonomia e l’indipendenza dei pm, e minare il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, oggi criticato da più parti?
“No, l’uniformità tendenziale dell’azione del pm non è in contrasto con il principio di obbligatorietà. Non c’è un rapporto gerarchico con le Procure, ma la Procura generale può operare per bilanciare l’obbligatorietà con l’esigenza di prevedibilità. E penso che rivedere l’obbligatorietà sarebbe un grave errore, perché è garanzia dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e dell’indipendenza del potere giudiziario, a sua volta strumentale al perseguimento dell’eguaglianza”.
Rispetto al quadro “sconcertante e inaccettabile” denunciato dal presidente Mattarella nel giugno 2019 dopo il “caso Palamara”, quali contromisure ha preso il suo ufficio?
“La determinazione nel perseguire gli illeciti disciplinari è stata netta. Contrariamente alla favola che abbia pagato solo Palamara, sono state fino a questo momento 29 le azioni esercitate, 20 i rinvii a giudizio e 14 le condanne, alcune definitive; altri procedimenti sono in corso o sospesi. Ricordo anche che il dottor Palamara rispondeva in sede disciplinare per le manovre sulla nomina del procuratore di Perugia, competente per i processi penali che pendevano a suo carico; un fatto enorme”.
Però la sua direttiva sulla “irrilevanza disciplinare” delle autopromozioni per le nomine ha suscitato molte polemiche anche fra i magistrati…
“Non è vero che si sia affermata l’irrilevanza della raccomandazione, per sé o per altri. La raccomandazione è riprovevole ma la giustizia disciplinare si basa sul principio di legalità, quindi sulla “tipizzazione” degli illeciti, e tra le fattispecie punibili non ce n’è una che riguardi specificamente queste condotte. Abbiamo quindi interpretato le norme esistenti nella maniera più rigorosa, considerando illeciti disciplinari i contatti con i consiglieri del Csm volti a condizionare le nomine, a denigrare i concorrenti, a imporre logiche di appartenenza. Altro che condono! Contatti di altra natura sono rilevanti per le molte e diverse attività del Csm e per 1’Anm che ha il suo Codice etico. Nessuna delle nostre archiviazioni è stata impugnata dai ministri che si sono succeduti”.
A proposito delle archiviazioni, l’hanno accusata di mantenerle segrete, senza che nemmeno il magistrato inquisito o il Csm ne conoscano i motivi…
“Abbiamo pubblicato le sintesi delle decisioni di archiviazione e ciò per mia scelta innovativa, proprio per cercare di illustrarne le ragioni. Ma le motivazioni non possono essere rese pubbliche per legge, come riconosciuto, ben prima che io assumessi la guida dell’ufficio, dal Tar e dal Consiglio di Stato in una vicenda originata proprio dal dottor Rosario Russo, condannato anche alle spese, e che oggi in alcuni esposti ripresi in qualche polemica sulla stampa sembra non ricordarlo”.
C’è chi sospetta che lei si sia “autoassolto” per il famoso pranzo con Palamara, da lui rivelato, quando lei era candidato alla Procura generale già nel 2017. Come risponde?
“È falso che io abbia mai chiesto a Palamara aiuto per me o per altri, in nessuna occasione. Ciò dovrebbe essere chiaro a chiunque sia in buona fede: in 60.000 messaggi delle chat non c’è un solo scambio con me; i pochi che a me si riferiscono non mi sono certo favorevoli. Quanto all’incontro e al pranzo con Palamara, non nasceva da una mia esigenza ma da una legittima richiesta di Palamara relativa alla sua scorta, di competenza anche dell’ufficio che dirigevo allora. Nulla ho sollecitato, neppure in quella occasione, lontana peraltro sei mesi dalle votazioni... C’è stato un evidente tentativo di Palamara di trascinarmi in una artificiosa polemica con un incolpato ma ora, cessando dal mio incarico, potrò finalmente agire in sede giudiziaria contro queste falsità. In questi giorni ho promosso l’azione nei confronti di Palamara e Sallusti. Ma non mi pare si sia compreso il vero disegno sotteso ai loro libri”.
Che sarebbe?
“Delegittimare l’intera funzione giurisdizionale per creare il convincimento che certe decisioni di grande rilievo e risonanza derivassero da motivazioni politiche”. Come ha reagito il Csm al ciclone che l’ha investito? “Non c’è dubbio che in un primo momento il Csm sia rimasto sotto shock e abbia reagito con qualche ritardo. A questo si è aggiunta la circolazione dei cosiddetti verbali di Amara, in realtà fogli estratti da un computer che mai avrebbero dovuto entrare nel Csm in quella forma. Tuttavia, con qualche tensione di troppo che ha lasciato il segno, l’impegno del Csm è stato infine molto determinato”.
Quale può essere la cura al male del “correntismo” nella magistratura?
“Francamente non ho una ricetta. In passato l’Anm ha contribuito alla crescita culturale della magistratura e alla consapevolezza della sua necessaria indipendenza; ora si vuole tornare verso quel ruolo e mi auguro che ci si riesca, ma le radici del correntismo sono profonde”.
Tornando alla sua gestione della Procura generale, quali sono le altre cose più importanti e rilevanti che ritiene di avere fatto?
“Con la Direzione nazionale antimafia si lavora insieme alle Procure d’appello e di primo grado per superare questioni delicate, come gli archivi delle intercettazioni o le segnalazioni di operazioni finanziarie sospette. Il nuovo procuratore nazionale ha un compito non facile. Come abbiamo più volte segnalato, la minaccia mafiosa è mutata ma non è meno grave. Da procuratore di Catania compresi la trasformazione in corso e anche se essa non mutava la realtà di Cosa Nostra, occorreva adeguare le nostre indagini alle nuove sfide. Il Pnrr è una nuova occasione di predizione, su cui le mafie possono inserirsi, e su questo prosegue un lavoro comune tra Dna e Procura generale. Quanto al cosiddetto “ergastolo ostativo”, abbiamo detto con chiarezza che non è il principio affermato dalla Corte costituzionale che ci preoccupa, ma come esso verrà applicato. I rischi sono grandi: la collaborazione processuale è la via maestra ai benefici e va salvaguardata, il diavolo si nasconde nei dettagli”.
Che messaggio si sente di dare alla magistratura italiana e in particolare ai pubblici ministeri italiani?
“Non ho messaggi. Forse solo l’auspicio che non si ripetano errori del passato, che non si attribuisca alla giurisdizione il compito salvifico dell’etica. Ma i miei giovani colleghi sono spesso ben preparati, hanno passione e solide radici nella cultura dei diritti. Ora tocca a loro e spero non dimentichino quanto di buono è stato fatto, quanto siano costati i risultati straordinari che abbiamo ottenuto contro il terrorismo e le mafie e per affermare il valore della legalità”.










