di Nicola Colaianni
La Repubblica, 7 luglio 2025
La manifestazione di protesta dei precari addetti all’ufficio del processo davanti al tribunale di Bari ha evidenziato il rischio di un ulteriore aggravamento della condizione critica della giustizia. Le cronache narrano di processi penali che non vedranno il 2026 perché rinviati all’inverno del 2027. Del resto, un processo non complicato, essendovi delle videoriprese, come quello per le aggressioni di carattere fascista imputate ad esponenti di Casa Pound, risalenti al settembre 2018, andrà a sentenza solo il 30 ottobre: dopo sette anni.
Il ritardo della giustizia è poi proverbiale nel settore civile, dando luogo a situazioni anche paradossali. Per dire, il Comune di Bari ha appena richiesto il pagamento dell’IMU agli eredi del teatro Petruzzelli, riconosciuti come proprietari dell’immobile da una sentenza della Corte di appello ma privi del possesso. Finora perciò se n’era astenuto, avendo fatto del resto ricorso per cassazione nel 2021. Ma, visto che ancora non si sa quando verrà fissata l’udienza, ha deciso di rompere gli indugi. Il ritardo dei processi civili è di estrema gravità perché non di rado induce chi ritenga di aver subito un torto ad accedere a transazioni al ribasso con l’avversario più forte (è quel che spesso accade nelle cause di lavoro, cioè del bene fra tutti fondativo della Repubblica secondo la Costituzione) o addirittura a rinunciare a far causa (quando non a rivolgersi a poteri mafiosi). È un po’ come per le lunghe liste di attesa negli ospedali, per cui alcuni (il 6,8 per cento secondo i calcoli della Fondazione Gimbe) rinunciano alle cure.
Tuttavia, nelle cause civili la sofferenza provocata dal ritardo può essere in qualche modo lenita dal risarcimento economico per equivalente e talvolta addirittura in forma specifica. Viceversa, i ritardi del processo penale feriscono la dignità della persona stessa, che una sentenza, di condanna o proscioglimento, intervenuta dopo lunghi anni potrà risarcire solo superficialmente e non intimamente nella personalità violata, nella coscienza e nella reputazione.
Ma la consapevolezza dei ritardi della giustizia penale produce anche una distorsione dello stesso processo, che finisce per concentrarsi nella fase delle indagini preliminari. Quella cioè in cui la cognizione dei fatti è necessariamente sommaria, dominata com’è dall’impostazione accusatoria del pubblico ministero e non ancora pienamente integrata dal contraddittorio con la difesa dell’imputato.
Visto che le sentenze impiegano anche più di una decina di anni per diventare definitive la spinta è ad una giustizia anticipata, anche se approssimativa e non immune talvolta da sviste altrimenti inconcepibili (vedi a Bari di recente l’interdizione cautelare di un sindaco contro l’espresso disposto di una risaputa norma processuale). Ciò accade specialmente in quei processi che hanno risonanza mediatica e sono, quindi, più assiduamente seguiti, e per dir così controllati, dall’opinione pubblica. A risentirne sono le vittime del reato, quando non vengano adottate opportune misure cautelari nei confronti degli indagati, e, più spesso, gli imputati.
Se l’ordinanza cautelare o di rinvio a giudizio di fatto tiene luogo della sentenza, che arriverà alle calende greche, si finisce per motivare come se l’imputato fosse già colpevole, rovesciando la presunzione costituzionale di non colpevolezza. Il governo per un verso gira attorno al problema del ritardo della giustizia, dedicandosi ad inconcludenti riforme costituzionali (separazione delle carriere, sorteggi dei componenti CSM, ecc.).
Per altro verso pesca nel torbido, introducendo - come con il decreto sicurezza - nuove fattispecie penali, al posto di quelle amministrative, o aggravamenti di pena che provocheranno nuovi processi, con prevedibili sospensioni per questioni di costituzionalità, e insomma l’effetto di allungare ulteriormente la già insopportabile durata attuale dei processi. La “prontezza e dolcezza delle pene”, teorizzata dal padre del diritto penale liberale Cesare Beccaria come criterio di una efficace ed efficiente giustizia penale, è sostituita così, secondo una concezione autoritaria della democrazia, da una selva di norme sproporzionate e aggravanti il ritardo della giustizia.











