di Paolo Delgado
Il Dubbio, 12 aprile 2023
Sono questioni di calibro diverso, sideralmente distanti, incomparabili. Eppure l'approccio e la risposta a entrambe sono molto simili. Il cdm ha varato ieri una legge, quella sulle supermulte a chi imbratta i monumenti storici, che somiglia come una goccia d'acqua al pessimo esordio del governo stesso: la legge “anti Rave”.
Il Pd ha definito la trovata legislativa “grottesca” e, proprio come fu per i Rave, non è possibile dargli torto. Allo stesso tempo il governo si trova a doversi misurare con un problema agli antipodi, reale e non fantastico, epocale e non ispirato dall'ultimo titolo strillato per un attimo fuggente sulle prime pagine, tragico invece che appunto grottesco: l'immigrazione. Le differenze tra il problema delle scritte e quello degli sbarchi e dei naufragi risaltano ma anche le somiglianze nella reazione del governo sono evidenti: irriflessa, dettata dal bisogno di sembrare in grado di fronteggiare i problemi invece di provare a risolverli.
Di conseguenza si tratta sempre di un riflesso quasi pavloviano, riducibile alla ricetta più facile ma spesso anche più inutile: divieto, aggravio di pene, repressione. Era stato così anche dopo Cutro, tragedia alla quale l'esecutivo ha reagito con una legge tanto severa quanto inutile, che finirà per mandare in galera non i trafficanti ma i piloti dei barconi che spesso sono, se non l'ultimo, il penultimo anello della catena.
A prima vista questa risposta sempre uguale e sempre più o meno inutile sembrerebbe dettata dalla natura stessa di un governo che è e vuole essere compiutamente di destra, di quella destra che vive di legge, ordine e appunto repressione. In parte è davvero così ma dietro questi decreti draconiani e inefficienti c'è anche, probabilmente, qualcosa di meno ovvio. Dai Rave al dramma di Cutro, dalle scritte sui monumenti all'ondata di sbarchi, l'esecutivo di Giorgia Meloni decreta sempre sull'onda emotiva di fatti e di titoli recenti, quasi come se non ci fosse differenza tra una dichiarazione dettata a caldo alle agenzie e un decreto legge. La strada del divieto e dell'aggravio di pena, che spesso è un vicolo cieco, deriva tanto dal dna della destra quanto, e forse anche di più, dal fatto che trovare rimedi più articolati ed efficaci sui due piedi è impossibile.
I limiti di questo approccio, che dopo sei mesi di governo non si può più definire episodico e dettato dall'inesperienza, sono due, di natura opposta. La tendenza a legiferare sull'onda del titolo strillato, candidamente confessata dal vicepremier Tajani dopo il dl Rave, porta a trasformare in emergenze fatti di secondaria importanza, con effetti che sconfinano nel ridicolo. Ma spinge anche a trascurare i problemi reali fino a che non esplodono. Il caso del Pnrr, vero cruccio principale del governo, è esemplare.
La premier e il coro dei ministri non hanno torto quando ripetono che i guai non possono essere addebitati a loro. In effetti la lentezza con cui procedeva il Piano era già argomento quotidiano nei palazzi della politica alla fine della scorsa legislatura, nell'ultimo scorcio del governo Draghi. Ma proprio questa consapevolezza avrebbe dovuto pressare il nuovo governo obbligandolo a cercare subito una via d'uscita, invece di perdere tempo con i rave e di limitarsi a trattare con la Ue una rimodulazione del Piano che, senza ulteriori e già tardivi interventi, non basterà.
Si può e anzi si deve riconoscere che la destra al governo è da questo punto di vista in folta compagnia, pur avendo portato la perversa tendenza alle estreme conseguenze. La confusione tra attività di governo e campagna elettorale permanente, la sovrapposizione tra decretazione e propaganda, o al contrario la rinuncia a legiferare su questioni pur considerate fondamentali per paura di perdere voti, era già merce comune nella politica italiana molto prima che Giorgia Meloni entrasse a palazzo Chigi.
La politica, anche dagli spalti del governo, è anche questo e la logica, pur se spesso esiziale, è comprensibile, probabilmente inevitabile in prossimità delle elezioni politiche. La politica italiana però la estende a ogni sorta di elezioni, comunali, regionali ed europee, e ultimamente anche ai sondaggi settimanali, finendo così per non uscire mai da una infinita campagna elettorale che fa sempre premio su tutto.









