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di Giuliano Foschini

La Repubblica, 6 settembre 2022

Alessandra Ballerini: “Il G8 di Genova è stato un trauma che mi ha cambiato la vita: ho difeso quasi tutti gli stranieri espulsi dopo quelle ignobili torture”.

Se vedete un’ingiustizia. Se capitate nei pressi di un torto enorme, di un dolore che la legge non riesce a sanare, anzi che contribuisce ad acuire. Ecco, in un angolo, è possibile che da quelle parti troviate Alessandra Ballerini, avvocato, meglio avvocata, anzi meglio ancora: manovale del diritto. “Il mio mestiere è tentare di riparare torti. Purtroppo non è possibile riuscirci sempre ma è importante anzi direi inevitabile non smettere di provarci e di crederci mai. Io ho la fortuna di difendere famiglie che sono partigiane di giustizia. La loro forza è corale, inarrestabile, contagiosa. Come i diritti”.

Alessandra Ballerini è genovese. Ha poco più di cinquant’anni, porta spesso dei lunghi vestiti colorati, ed è abbronzata. Pur andando troppo poco al mare. “Sono un’avvocata di strada”, scrive di sé sul curriculum. Ed è vero. Nel senso che è sempre nei posti più scomodi, difficili, senza paura e con molto coraggio. È l’avvocato della famiglia Regeni di cui in questi anni è diventata quasi parte: con la forza, la delicatezza e la competenza del suo lavoro. È l’avvocato dei genitori di Mario Paciolla, il cooperante napoletano ucciso in circostanze ancora misteriose in Colombia. Ha la difesa dei genitori di Andy Rocchelli, il giornalista e fotografo ammazzato in Donbass dalla guardia nazionale e dall’esercito ucraino mentre documentava i torti subiti dalle popolazioni. Il suo numero è sulle rubriche di migliaia di migranti: li ha aiutati a ottenere i permessi di soggiorno che spettavano loro, dopo viaggi disperati e disperanti. Il suo volto è accanto a quelli di chi un volto non ce l’ha più, nel fondo del Mediterraneo, come i 268, 60 dei quali erano bambini, morti in una nave tra Malta e Italia nel 2013 e per la cui giustizia ancora combatte.

Avvocata Ballerini, com’è cominciata?

“Per educazione e casualità. Finite le scuole superiori dovevo decidere a che facoltà iscrivermi. Ho scartato tutte quelle in cui c’erano i numeri. Mi sono rimaste giurisprudenza e filosofia. Le mie amiche facevano legge e le ho seguite. In più non ho mai sopportato le ingiustizie”.

Il primo cliente...

“Carlos, un signore ecuadoriano che viveva da anni in Italia e che a un certo punto ha ricevuto un decreto di espulsione. È arrivato da me disperato, avevamo 12 ore per presentare ricorso. Ci ho messo tutto quello che avevo, abbiamo citato di tutto nel ricorso dalla Bibbia a Topolino. Abbiamo vinto. Il giorno dopo avevo lo studio pieno di sudamericani che mi chiedevano di assisterli: ho scoperto che una comunità importantissima di italiani in Ecuador è composta da genovesi, emigrati a inizio secolo. E ora, a Genova, la comunità ecuadoregna è la più grande di Europa. “Ci avete restituito il favore”, mi hanno detto i miei clienti”.

Genova, parlando di diritti e di diritto, significa G8...

“È il trauma che mi ha cambiato la vita, come a molti di noi. Il punto di separazione: c’è un prima e c’è un dopo G8. Io ero fuori dalla Diaz mentre avveniva la macelleria messicana. Ho difeso quasi tutti gli stranieri che sono stati espulsi dopo aver subito quelle ignobili torture: abbiamo visto di cosa è capace uno Stato quando rinnega i valori e calpesta i diritti sui quali dovrebbe fondarsi. I miei clienti sudamericani, torno a loro, mi dicevano: attenzione, da noi le dittature sono cominciate così. Per fortuna in Italia non è accaduto. Gli anticorpi, in parte, hanno funzionato. Ma scoprire che noi non eravamo immuni, che eravamo vulnerabili è stata una ferita non risanabile con costi per le vittime intollerabili. Ma anche, parlo per me, una presa di coscienza”.

Poi sono arrivati i genitori di Giulio Regeni...

“Mi hanno contatto tramite un’amica quando Giulio era scomparso. E non sapevamo ancora dove fosse, anzi speravamo tutti che fosse vivo. Quello che è successo dopo, purtroppo lo sappiamo. Ma ora ci dobbiamo occupare e preoccupare di quello che sta accadendo in questi mesi: non permettono che si tenga un processo. Come dice Carlo Lucarelli, ci devono fare paura i processi che non si fanno. E a me uno Stato che non crede e che anzi ostacola la giustizia mi fa paura. Giulio rappresenta la violazione di tutti i diritti e, in primis, quello della intangibilità dei corpi. E direi anche delle anime. Ma Giulio rappresenta anche la lotta corale per ottenere giustizia. Giulio fa cose, è il titolo del libro che abbiamo scritto con Paola e Claudio. E così è: anche oggi, quando tutto sembra nero, c’è un sempre più nutrito gruppo di persone che si mobilita per Giulio e per tutti i Giuli del mondo. Paola e Claudio dicono che sul corpo di Giulio hanno visto tutto il male del mondo. Ma oggi, grazie alla reazione, al “popolo giallo”, come lo chiamiamo noi, sta prendendo forma in qualche modo anche tutto il bene del mondo”.

Che fa quando non lavora?

“Mi piace la natura e leggere. E mi piace scrivere. Mi scarica. E amo stare con i miei amici. Mi piace quando mi chiedono: “Come stai?”. O se mi dicono “Ti voglio bene” perché abitualmente sono io che mi occupo degli altri...”.

Quanto le costa convivere con tutto questo male?

“Alle volte sale. Toglie il respiro. Ed è faticoso. Pensi di non potercela fare. Ma poi passano 12 ore, arriva la telefonata di un profugo appena sbarcato che merita giustizia e protezione, e torni rimboccarti le maniche. Giulio Regeni, Andy Rocchelli, Mario Paciolla, Nadia De Munari, Michele Colosio (e ne potrei citare altri), non sono solo dei giovani morti all’estero in circostanze orrende. Sono italiani andati nel mondo, pieni di competenze, talenti e ideali. Sono frutto della nostra Italia migliore, figli di famiglie straordinarie. Ecco, io cerco, insieme a molti altri, di affiancarli nella loro pretesa di giustizia. Prendersi cura di loro, e soprattutto dei loro diritti, significa occuparsi di noi”.