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di Giulia Merlo

Il Domani, 30 agosto 2025

Il centrodestra propone nuove fattispecie di reato. Schlein: “Investire in prevenzione”. Le parlamentari ragionano di una class action contro le piattaforme, oltre alle denunce. Il copione è sempre lo stesso: davanti a fatti gravi, emersi in modo eclatante e che sollevano corale indignazione, la risposta è immediatamente quella di introdurre nuovi reati. O almeno annunciarli, immaginando che la strada giudiziaria sia sempre e comunque la più utile. Di certo, è quella politicamente più semplice.

È successo anche con il caso del sito internet che pubblicava immagini di centinaia di donne, tra le quali molte politiche e parlamentari di tutti gli schieramenti, alla mercé di commenti sessisti, tutti rigorosamente anonimi. Il sito ora è stato chiuso, il caso però non è isolato, visto che, solo pochi giorni fa, era stato chiuso anche un gruppo Facebook che funzionava nel medesimo modo, come sfogatoio degli istinti più bassi di commentatori, anche loro coperti dall’anonimato. La reazione indignata ha unito la leader dell’opposizione Elly Schlein alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Diversa, invece, la risposta al fenomeno.

Meloni ha detto al Corriere della Sera di “confidare nelle autorità competenti perché i responsabili vengano individuati” e “sanzionati con la massima fermezza” come autori di revenge porn. Giusto richiamo alla necessità di denunciare, nessun cenno invece a come prevenire il fenomeno che, vista la frequenza con cui si sta presentando, è sintomo di qualcosa di profondamente incistato nella società.

Schlein ha provato a spostare il fuoco: “Lo ripetiamo ancora una volta, e questa ne è la dimostrazione: inasprire le pene non basta, serve un forte investimento sulla prevenzione, fatto di educazione sessuale e all’affettività, perché il rispetto e il consenso devono prevalere sulla cultura patriarcale che sta alla base della violenza”. Invece la smania di nuovi reati ha surclassato ogni ipotesi di investimento in prevenzione con maggiori restrizioni per le piattaforme e in educazione, soprattutto dei più giovani, all’uso consapevole degli strumenti digitali.

Le proposte di legge - Così sono riemersi dai cassetti parlamentari vari disegni di legge, tra cui quello di Forza Italia per introdurre un principio di responsabilità oggettiva delle piattaforme, “introducendo due nuovi delitti contro l’amministrazione della giustizia e una responsabilità amministrativa ai danni di quelle società che rimangano inottemperanti”, si legge in un comunicato. Negli ultimi tre anni di governo la ricetta è sempre stata la stessa: dai rave, che hanno prodotto una norma per evitare le feste illegali, allo stupro di Caivano, che ha prodotto un decreto per inasprire le pene anche per i minorenni, fino al reato di femminicidio. La risposta del centrodestra è sempre prima di tutto punitiva. L’automatismo, però, non è solo a destra: anche il Pd ha presentato una proposta di legge che prevede di punire non solo la diffusione di video, ma anche di audio e anche di immagini e video alterati con manipolazioni dell’intelligenza artificiale.

Tutto lecito e forse anche utile, ma il riflesso pavloviano di pensare che casi come quello del sito internet o del gruppo Facebook da decine di migliaia di utenti si risolva con un nuovo reato o un inasprimento di pena è la via facile per non affrontare - e dunque non prevenire - un fenomeno che ha radici ben più difficili da sradicare. Radici che affondano in un mondo digitale che non risponde ai confini fisici degli stati e del loro diritto, nell’abuso dell’anonimato e nell’assenza di percezione che i comportamenti digitali abbiano lo stesso peso, anche penale, di quelli nel mondo reale.

Del resto, come dichiarato anche dalla premier, tutti i comportamenti dei frequentatori del sito ora oscurato sono già perseguibili penalmente. I reati già esistono e si va dal meno grave di violazione della privacy alla diffamazione aggravata, fino alla diffusione senza consenso di immagini sessualmente esplicite, ovvero il reato di revenge porn. A mancare sono piuttosto strutture, personale e mezzi perché la denuncia presentata non finisca sommersa e la giustizia, quando arriva, sia non solo efficace ma anche tempestiva.

Ora, giustamente, le donne coinvolte stanno pensando di muoversi non solo con la denuncia penale, ma anche di promuovere una class action, per ottenere un risarcimento del danno da parte delle piattaforme. Pur nella speranza che tutte le donne danneggiate ottengano giustizia sia penale sia civile, è facile previsione che così cambierà molto poco. Probabilmente, le stesse migliaia di utenti che oggi corrono a cancellare i commenti sono già emigrate in altri siti e gruppi social analoghi, sempre coperti dall’anonimato. In attesa che anche quelli vengano scoperti e che, sull’onda del prossimo scandalo, la corsa a depositare disegni di legge in materia di giustizia riparta. Come se questo bastasse, come per magia, a ridurre i crimini. La politica forse pensa che sia un libro di incantesimi, ma quello che continuano a riempire è solo un codice penale.