di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 29 ottobre 2026
Nominato giudice costituzionale da Mattarella nel 2018, ha redatto alcune delle sentenze più importanti della Corte. Il nome di Francesco Viganò come giudice relatore non è mai passato inosservato, tra i giornalisti e il pubblico in attesa di assistere a un’udienza nei corridoi della Corte Costituzionale. Sinonimo di competenza ed equilibrio, il suo profilo si è legato nel tempo soprattutto ai temi del carcere e del fine vita. Ha collezionato nella sua carriera una lunga lista di sentenze decisive per il Paese. E sembrava soltanto una questione di tempo perché arrivasse la notizia giunta infine questo pomeriggio, quando la Consulta lo ha eletto all’unanimità come suo prossimo presidente.
Nominato giudice costituzionale dal presidente Sergio Mattarella nel 2018, già vicepresidente della Corte dal gennaio 2025, succederà all’attuale presidente Giovanni Amoroso, in carica da gennaio 2025 fino al prossimo 14 novembre. Due giorni dopo, il 16 novembre, Viganò incontrerà per la prima volta la stampa da presidente. E resterà in sella fino all’8 marzo 2027, quando scadrà il suo mandato di giudice costituzionale.
Professore universitario da trent’anni, ad appena 60 anni compiuti, è nato a Milano il primo marzo 1966 e nella stessa città si è laureato in giurisprudenza nel 1989. A tracciarne il profilo accademico è la stessa Consulta nel comunicato con cui annuncia la sua nomina e ne ripercorre il curriculum, ma a parlare per lui sono le decisioni che ne portano il nome, a partire da una delle più recenti, la numero 95 del 3 luglio 2025 sull’abrogazione dell’abuso d’ufficio.
La sua carriera accademica è iniziata presso l’Università degli Studi di Brescia, dove è stato ricercatore dal 1995 al 2001 e professore associato dal 2001 al 2004, insegnando diritto penale italiano e comparato. Dal 2004 è stato professore straordinario e poi ordinario di diritto penale all’Università degli Studi di Milano. Ha pubblicato, come autore, coautore o curatore, quattordici libri e numerosi articoli in riviste scientifiche. La sua attività di ricerca è stata dedicata alla teoria del reato, alla tutela dei diritti fondamentali, al diritto penale costituzionale, ai rapporti tra diritto penale e fonti sovranazionali e al dialogo fra corti interne e corti europee. Tra le sue pubblicazioni si segnala la monografia La proporzionalità della pena. Profili di diritto penale e costituzionale (2021).
Nel novembre 2016 è stato chiamato dall’Università Bocconi, dove ha insegnato diritto penale italiano e transnazionale sino alla nomina a giudice costituzionale nel 2018. Un ruolo cominciato con la prima sentenza in tema di concessioni balneari, presidente Giorgio Lattanzi, e “chiuso” con una delle ultime decisioni in materia di fine vita, relatore insieme al giudice Luca Antonini della sentenza 152 del 24 settembre.
La “prova” più importante in agenda potrebbe arrivare a inizio del prossimo anno con una prima eventuale pronuncia della Corte sui ricorsi (25) presentati contro la riforma della legge elettorale. Ma si tratta di un calcolo “ottimistico”, per chi ipotizza che una decisione, con la prima udienza fissata a Trento per il 16 dicembre, possa arrivare entro marzo. Di certo, la storia professionale di Viganò racconta di un magistrato temprato alle questioni più spinose e “scomode”, per così dire. A partire dal tema del carcere, in merito al quale - oltre alle visite negli istituti nell’ambito del viaggio della Consulta nei penitenziari - la sua firma compare, tra le altre, sulla sentenza n. 24 del 2025 con cui la Corte ha dichiarato incostituzionale la norma che vietava per due anni i permessi premio ai detenuti imputati o condannati per reati commessi durante l’esecuzione della pena. Una decisione storica che si aggiunge alla n. 85 del 2024 sulle telefonate ai figli minori, con la quale la Corte ha dichiarato illegittima la norma che impone un regime più restrittivo per i detenuti ostativi che hanno accesso ai benefici penitenziari.
Nell’”albo” nelle numerose sentenze in tema di suicidio assistito che sono seguite alla sentenza 242 del 2019 (la cosiddetta Cappato/Dj Fabo), il nome di Viganò lo ritroviamo sulle due decisioni recenti che hanno in gran parte salvato le leggi regionali della Toscana e della Sardegna impugnate dal governo. E la ritroviamo soprattutto sulla sentenza 135 del 2024, con cui la Corte si è pronunciata sull’annoso requisito dei “trattamenti di sostegno vitale” (tra i quattro stabiliti dalla Consulta per accedere a un percorso di fine vita), stabilendo che quel criterio non si tocca, ma va ne va ampliata l’interpretazione, includendo tra quei trattamenti le procedure sanitarie necessarie alla sopravvivenza del malato.
Il punto è dirimente nelle discussioni che anche nel corso di questa legislatura hanno accompagnato l’infinito tentativo di approvare una norma nazionale, da ultimo con la proposta del centrodestra attualmente ferma al Senato. Il Parlamento, è noto, ci prova almeno dal 2019, su invito della Consulta. Ma in proposito forse vale la pena recuperare un vecchio scritto di Viganò, all’epoca ordinario all’Università di Milano, quando - di fronte all’accusa di un presunto “attivismo giudiziale” sui casi Welby ed Englaro - sottolinea che “le esigenze di rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo che entrano in gioco nella materia delle decisioni di fine vita si impongono come un dato indisponibile allo stesso legislatore”.









