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di Daniele Mencarelli

Sette - Corriere della Sera, 2 giugno 2023

Dalla Casa circondariale di Reggio Calabria, dove ragazzi e uomini adulti vengono alfabetizzati come bambini di 6 anni, ai “Caraibi” delle prigioni dove ti insegnano un lavoro. Il racconto di uno scrittore fatto dall’interno.

È una piramide rovesciata. I luoghi in cui prendono vita le nostre istituzioni, da quella sanitaria alla scolastica, passando per la giudiziaria e poi l’amministrativa, rappresentano in modo fedele lo stato dell’arte di un Paese allo sbando, impoverito, senza più idee. Resistono eccellenze, perché l’istituzione è una scatola vuota ed è l’umano che la vive e rappresenta a validarne l’azione e i risultati. Ma, perlopiù, si resiste un pelo sotto la linea di galleggiamento. O meglio, si affonda lentamente.

Il vertice di questa piramide è inabissato da decenni, ed è rappresentato dall’istituzione carceraria. A partire dalle leggi che incardinano il suo funzionamento e che spesso si pongono al di là della dignità umana. Questa non è opinione personale, ma il giudizio della Corte europea riguardo, solo per citare uno dei tanti esempi possibili, l’ergastolo ostativo. E si potrebbe continuare a lungo.

All’incostituzionalità delle leggi corrisponde la fatiscenza degli istituti di detenzione. Ho girato diversi penitenziari, e conosciuto tanti uomini e donne privati della libertà perché colpevoli di reato e dunque incarcerati. Li ho visti chiusi dentro luoghi dove non è solo la libertà la grande privazione, ma anche la dignità, il decoro, la decenza. In Italia un detenuto non perde solo lo status di cittadino, precipita al di sotto della soglia che divide gli esseri umani da chi umano non viene più considerato.

Princìpi quali la rieducazione, la risocializzazione, l’espiazione della pena come passaggio per un reinserimento nella comunità, vengono visti come parole morte, ideali di un tempo davvero mai esistito, almeno in questo Paese.

Dei luoghi di pena che ho visitato, quello che è rimasto come cicatrice è senz’altro la casa circondariale Fulvio Panzera di Reggio Calabria. Ho conosciuto ragazzi, uomini, quasi tutti detenuti per reati di affiliazione, dentro un’aula dove viene concesso loro il diritto allo studio, o meglio una microscopica parte di esso: il conseguimento della licenza elementare, perché tanti di loro non hanno nemmeno quella. Questi detenuti vengono, in pratica, alfabetizzati come bambini dai sei ai dieci anni. Niente di più. Nemmeno la licenza media. Parlare di corsi professionali è pura fantascienza.

Quelli più giovani, in forze, mi hanno raccontato di aver richiesta degli attrezzi per fare palestra, mi hanno pure rivelato di essere disposti, con una colletta, a pagarli di tasca propria, ma l’istituzione, il regime di massima sicurezza a cui sono sottoposti, nega anche questa possibilità. Confesso: non sapevo che nel nostro paese, i detenuti che desiderano dei figli con le proprie mogli, compagne, devono averli in provetta.

Nemmeno sapevo, confesso ancora, che possono acquistare beni di prima necessità, un pacco di biscotti, una confezione di merendine, pagandoli molto più di quanto costano normalmente. A mia domanda precisa: perché? In tanti hanno alzato le spalle, oramai abituati a tutto, in particolare a non fare domande, perché una domanda senza risposta logica provoca stordimento, e poi rabbia, ma un detenuto dalla rabbia si deve tenere lontano, almeno se non vuole mettersi nei guai, commettere altri reati e dunque prolungare la propria prigionia. In molti, con gli occhi lucidi, sognano per loro il carcere di Bollate come i liberi una vacanza ai Caraibi. Lì si studia sino al diploma, ci sono i corsi per imparare un mestiere. Ma sono sogni di carcerati, e in Italia a un carcerato viene negato anche il diritto di sognare.