di Diana Ligorio
Il Domani, 18 luglio 2025
Per due anni è uscita ogni giorno per frequentare il liceo di scienze umane. Dall’istituto penale all’istituto scolastico: “Sono tre minuti a piedi. Tre minuti di libertà”. Il tema che ha scelto è quello sul rispetto: “Significa riconoscere la dignità dell’altro, accettare le differenze, dialogare senza prevaricare, ascoltare senza giudicare”. Cloe ha fatto colazione ed è uscita per andare a fare l’esame di maturità come tutti gli studenti della sua età. Ma a differenza dei ragazzi della sua età, Cloe non ha salutato la famiglia, non è uscita di casa. Ha firmato, ha oltrepassato un cancello che si è chiuso al suo passaggio e si è lasciata alle spalle l’istituto penale minorile femminile di Pontremoli al confine tra Liguria e Toscana. Cloe viene da una città del nord. Ha 19 anni, in carcere da quando ne ha 17: “Manca ancora un po’ per la fine della pena”.
Per due anni è uscita ogni giorno per frequentare il liceo di scienze umane. Dall’istituto penale all’istituto scolastico. “In classe avevo gli occhi puntati addosso. Mi hanno chiesto da dove venivo e ho detto subito la verità: sono una detenuta. Sono rimaste scioccate”. I primi tempi Cloe è stata accompagnata dalla penitenziaria o dagli educatori nel tragitto dal carcere a scuola. Poi le è stato concesso di andare da sola. “Sono tre minuti a piedi. Tre minuti di libertà”. In classe ha legato con due compagne in particolare: “Erano quelle disposte a comunicare con me”.
La materia preferita di Cloe è filosofia: Kierkegaard, Simon Weil e soprattutto Hannah Arendt. “In La banalità del male lei sostiene che il male compiuto da Eichmann - spiega Cloe - non era dovuto a un’indole maligna ma al fatto che non era consapevole delle sue azioni”. I libri consentono a chi legge di vivere più vite possibili, ma in un carcere minorile è il libro stesso a rivivere in una storia, in una nuova luce.
A giugno è suonata la campanella. Anche Cloe ha avuto la sua notte prima degli esami. Anche lei ha avuto la sua strofa nella canzone di Venditti: “Notte di polizia, certo qualcuno te lo sei portato via”. Alla prova scritta ha scelto la traccia sul rispetto: “Non c’è nessun significato particolare, era il tema per me più semplice”. Il foglio ministeriale che Cloe aveva tra le mani diceva: “Rispetto significa riconoscere la dignità dell’altro, accettare le differenze, dialogare senza prevaricare, ascoltare senza giudicare”.
Proprio un mese prima dell’esame, Cloe ha portato il concetto di rispetto sul palco grazie a un’esperienza unica che da anni caratterizza il carcere di Pontremoli: ogni anno le ragazze detenute fanno un corso di teatro con i ragazzi della città e insieme portano lo spettacolo fuori dal carcere, in piazza con il Curae Festival. Cloe era la protagonista dello spettacolo, intitolato Stigmate: “Avevo una lettera marchiata addosso. È la cosa a cui pensiamo di più, l’etichetta che ci porteremo sempre una volta libere”.
All’esame orale le hanno mostrato l’immagine di una trincea. Chissà se Cloe in classe e in carcere si è sentita in trincea. Certo è che nella vita si è dovuta difendere: “Sono stata molto aggressiva. In istituto faccio boxe. Mi ha aiutata ma in minima parte. La rabbia sta nella mia testa. È una cosa mia ma anche del mondo”. Davanti alla commissione Cloe ha parlato dell’esperimento sociale dello psicologo Milgram su obbedienza e autorità: “Il potere sulle persone può portare ad atrocità”, dice. All’orale Cloe si è arrampicata dal fossato per mostrare la sua guerra nel rapporto tra potere e devianza. “Quando mi abituerò a essere libera voglio fare un corso di tatuaggi”. Dallo stigma subito a quello scelto. “Mi piace lo stile chicana con le donne iperrealistiche che prendono forma intorno ai simboli”, dice Cloe con il tatuaggio di un diamante sulla pelle.
“Negli anni l’utenza è cambiata”, dice Francesca Capone, direttrice dell’istituto di Pontremoli. “In passato i reati erano per lo più contro il patrimonio, ora sono frequenti anche reati contro la persona e lesioni spesso gravissime”. L’istituto rispecchia la situazione sociale fuori: “L’emancipazione femminile passa anche dalla commissione di reati che forse prima le ragazze commettevano in maniera residuale”. Secondo la direttrice, la tipologia dei reati dipende anche da un altro fattore: “Queste ragazze non riescono a sentirsi, non sanno percepire e gestire le loro emozioni”.
Ogni giorno in istituto bisogna aggiustare qualcosa che è stato rotto. “Le ragazze sono molto aggressive, compiono tanti danneggiamenti. Non è semplice vandalismo, è il loro modo di comunicare. Questa rabbia da dove viene? Su questo ci dobbiamo interrogare”. È una domanda che si è posta anche Cloe ma la risposta la tiene per sé: “All’università studierò psicologia. Vorrei fare la psicologa nelle carceri minorili”. Il pensiero di tornare libera la rende felice ma la spaventa: “Non sono più abituata. Ho fatto una gita a Napoli con la scuola e sono stata male. Io sono abituata al letto e alla routine del carcere”. Ma c’è un’altra ragione per quel malessere: “Alcune ragazze hanno letto ad alta voce certi messaggi contro di me dai telefonini delle mie compagne”.
Sbattere la testa - “Tutti possono sbagliare”, dice Cloe. “Ci sono tante variabili. Ti trovi a picchiarti con una persona, quella sbatte la testa e muore. Per esempio”. Del tema sul rispetto Cloe non ricorda nulla, non ricorda cosa ha scritto perché la maturità è capire che forse un esame non insegna niente, forse il carcere non insegna niente e così anche la vita. Forse la vita di una diciannovenne detenuta è una camminata di tre minuti tra la cella e la scuola verso l’ennesima prova, cantando Venditti, pensando a tutto il male di Hannah Arendt e anche di più, stringendo i pugni per i cazzotti non dati, sognando il tatuaggio da farsi una volta libera: una ragazza con la sua arma, appena sbucata dalla trincea, una ragazza che diventa diamante.











