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di Sabina Licci

ansa.it, 27 ottobre 2025

Dietro le sbarre, tra gli aromi del lievito madre, del cioccolato fuso e della frutta c’è la ricetta cooperativa della rinascita e del reinserimento lavorativo. In Italia, sempre più progetti carcerari stanno facendo della gastronomia e dell’agricoltura, non solo un mestiere ma un potente strumento di riscatto sociale. E se un prodotto oltre ad essere buono fa anche del bene, viene apprezzato da 7 consumatori su 10, come emerge da un’indagine del centro studi di Confcooperative. Nelle cooperative sociali che si occupano dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate aderenti a Confcooperative Federsolidarietà, sono più di 3mila gli occupati nell’agricoltura sociale, di cui 350 tra detenuti ed ex detenuti.

Un legame forte, quello tra agricoltura, alimentazione e inclusione e percorsi di riabilitazione sociale, con evidenti risultati. Basti pensare che su 100 detenuti che seguono percorsi di formazione e di inserimento lavorativo in carcere nelle cooperative sociali, la recidiva è abbattuta a meno del 10%. E c’è ancora molto margine per far crescere l’impegno della cooperazione sociale in questo ambito, come sottolinea Stefano Granata, presidente di Confcooperative Federsolidarietà.

Emblema di questo connubio virtuoso è la Pasticceria Giotto della Casa di Reclusione di Padova, laboratorio diventato un modello internazionale, dove 50 detenuti danno vita a dolci che hanno conquistato il Gambero Rosso, l’Accademia della Cucina Italiana e il New York Times. I loro panettoni, colombe e cioccolatini non sono solo prodotti di alta qualità ma la prova tangibile che l’eccellenza artigianale può fiorire ovunque. Ad Alghero, il progetto InsideOut ha creato un punto di snack artigianali: qui i detenuti preparano panini, focacce e tramezzini per “Il Baretto” di Porto Ferro, dove ogni panino racconta una storia di riscatto e competenze ritrovate.

A Verona la cooperativa Panta Rei con i progetti “Imbandita - La tavola del riscatto” e “Pasta d’Uomo - Mai stati così buoni” porta la trasformazione alimentare in carcere, e nel reparto femminile le detenute producono marmellate e conserve partendo dagli scarti alimentari, dando nuova vita alle cose un pò come a sè stesse. In quello maschile, invece, si impasta pane e si sfornano dolci. “Ogni vasetto venduto è un atto di inclusione”, sottolinea la presidente Elena Brigo.

A Cuneo il progetto di inclusione sociale Panatè, ‘sforna Il pane che vale la pena’, nasce da una cooperativa dove oltre il 50% dei dipendenti sono detenuti. “Dietro ogni pagnotta c’è la rinascita di una persona - dicono i fondatori - c’è la pazienza della lievitazione, la cura della cottura, la concretezza di un gesto antico che restituisce dignità”.