Il Fatto Quotidiano, 25 febbraio 2022
Buongiorno, vorrei parlarvi del mio pensiero e del mio vissuto nelle carceri: vi posso assicurare che è molto brutto. La metà della mia vita l’ho vissuta in carcere. Mi domandate se c’è sofferenza? Certo che sì.
La prigione è un luogo fuori dal mondo, sei come chiuso in una bolla d’aria e la cosa più brutta è che soprattutto in Italia non vogliono far vedere realmente come si vive all’interno degli istituti di pena. Tutti i giorni le stesse abitudini: chi ha una condanna lunga osserva tutto, ma è totalmente inerme dinanzi alle grosse ingiustizie che un detenuto vive quotidianamente. La mattina si fa la conta poi la battitura, praticamente come un film che hai visto e rivisto mille volte. Ci sono detenuti che non vedono la famiglia per anni.
Capita di non poter vedere i propri figli perché scegli di non aumentare in te stesso la grande angoscia che hai, già solo la metà basterebbe per farti fare un gesto inconsulto, cioè quello di farla finita per sempre. In Italia, ripeto, è peggio che altrove, perché se chiami un educatore o uno psicologo puoi anche attendere mesi, se stai male non interessa nulla a nessuno… e poi si domandano (le istituzioni) del perché di tanti accoltellamenti o suicidi o omicidi o del tagliarsi, procurandosi autolesioni che saranno per sempre lì sul nostro corpo a vita?
È ovvio, non c’è assistenza, non c’è cura e soprattutto non c’è riabilitazione dopo la punizione e si esce, nella maggior parte delle volte, più cattivi di come si è entrati. Nelle carceri italiane in gran parte non ci sono termosifoni; molti giorni ci si lava con acqua fredda… Ma in tutto questo marasma soffro in silenzio!
Sì, è vero, ho fatto i miei sbagli: rapine, furti, spaccio, armi; ho fatto soffrire chiunque fosse intorno a me: moglie, figli, parenti, ma sto pagando con dignità la mia lunga condanna, cercando di uscire come un uomo migliore. E soprattutto lo sto facendo da solo, senza l’aiuto delle istituzioni! Io vorrei vedere un magistrato qui dentro in carcere per un periodo di tempo in modo da rendersi conto da solo della schifezza in cui viviamo. Noi siamo solo un numero, siamo solo pecore, siamo solo lo scarto della società.
Ma non è così: provate a darmi un lavoro, provate ad assistermi durante la detenzione e io vi garantisco che mi sveglierò col sorriso sapendo di andare a lavorare e rientrerò la sera stanco ma con le lacrime di gioia perché vedere i miei figli contenti, sapendo che hanno un “vero padre” accanto tutte le sere, vi garantisco che per un ex detenuto non avrebbe prezzo!
Chiudo questo monologo ripartendo da un nuovo libro da leggere, prendendo un foglio e buttando giù i miei pensieri, oppure appartandomi con un mio compagno detenuto per tirarci su l’un l’altro, in attesa che qualcuno si accorga che io esisto, che sono una persona con problemi da aiutare e non da buttare nel secchio dell’immondizia; solo così potrete fare di un mondo un mondo migliore, solo così potete fare di un uomo un uomo migliore, solo così potete dire che esiste la “vera” umanità.
Un detenuto a Regina Coeli, Roma









