di Alessandro Chiabrera
L’Osservatore Romano, 12 maggio 2024
I minori detenuti raccontati da suor Aurora Consolini e don Nicolò Ceccolini. L’Istituto Penitenziario Minorile di Roma, a Casal del Marmo, attualmente ospita 57 ragazzi e ragazze minori di venticinque anni. Suor Aurora Consolini lavora qui dal 2015. Don Nicolò Ceccolini, invece, dal 2017, essendo succeduto a padre Gaetano come cappellano dell’istituto. Suor Aurora ci racconta come, negli anni, molti progetti siano stati finanziati e attivati con grande sforzo, rendendo il carcere sempre più vicino alla funzione riabilitativa che dovrebbe avere.
Corsi di formazione professionale, come parrucchiere, giardinaggio, onicotecnica, sono già in grado di trasferire competenze ai ragazzi o sono in fase di avvio. Come ricorda suor Aurora, fu padre Gaetano a coltivare per primo il sogno di offrire ai ragazzi in carcere uno sbocco lavorativo. A quasi dieci anni da quel sogno, i finanziamenti sono stati trovati, un vecchio padiglione dell’istituto è stato abbattuto e al suo posto è sorta la struttura che oggi ospita un pastificio, il più ambizioso dei progetti per il reinserimento sociale dei ragazzi. Non ci sono porte rivolte all’interno del carcere: si accede solo dalla strada.
“La nostra idea è far percorrere fisicamente il percorso ai ragazzi: è lungo cinque minuti se vai lento, però l’idea è che stai uscendo, ti viene data una possibilità e hai nelle tue mani una responsabilità nei confronti della tua vita”. Ad essere coinvolti nel progetto sono soprattutto i ragazzi più grandi: “E la fascia con meno possibilità, perché ormai sono troppo grandi per la scuola, i corsi privati costano e non possono permetterseli. Vorrebbero trovare lavoro, ma difficilmente le persone assumono ragazzi pregiudicati o, peggio ancora, sottoposti a una misura per cui si prevedono controlli sul posto di lavoro, dai carabinieri o polizia”.
Come ribadiscono a più riprese suor Aurora e don Nicolò, sono percorsi di vita spesso segnati in partenza da una realtà che offre solo un certo tipo di prospettive, se così è lecito chiamarle. Per quanto la società possa averli indicati come i violenti, i pericolosi o i disonesti, probabilmente lo ha fatto da molto prima di ricevere una sentenza, prima ancora dello stesso reato. Senza mai aver potuto contare su un sostegno familiare, “davanti alle frustrazioni a volte diventano molto rigidi, hanno delle reazioni molto forti.
Per questo è importante, come educatori, stare in mezzo a loro. Affinché capiscano che tu puoi essere un punto di riferimento normale, che c’è qualcuno che gli vuole bene, che conta su di loro e a cui possono far riferimento quando stanno nei guai. Ogni tanto, con don Nicolò ce lo diciamo: “Questi ragazzi hanno proprio bisogno di una mamma e di un papà”. Perché hanno delle storie così particolari che... pare davvero che il mondo si sia messo contro di loro! Storie di tristezza, sofferenza, solitudine infinita. Ma come hanno fatto a resistere fino a ora? Troppo bravo sono stati, ringraziamo Dio se sono solo in carcere! Perché io, se fossi stata al posto loro, non so cosa avrei fatto”.
Negli anni, don Nicolò ha trovato una chiave per raggiungere il cuore dei ragazzi: “Il primo seme dell’evangelizzazione è il fatto di esserci. Essere presenti all’interno del carcere. È la condivisione quotidiana della vita e, quindi, interessarsi a cosa stanno vivendo: chiedere se hanno chiamato a casa, come sta la famiglia, com’è andato il processo, quali desideri hanno per il futuro. Una lezione fondamentale appresa anche da padre Gaetano è l’importanza di una grande umanità che non si scandalizza. Perché è attraverso una grande umanità che si comunica chi è Gesù e chi è Dio. La cosa più interessante non è solo leggere il Vangelo ai ragazzi, ma farglielo tradurre!
Ciò che viene detto dalla lettura del Vangelo aiuta a scoprirne i significati, come se fosse il Signore stesso a parlare attraverso loro. Una delle pagine col maggiore successo è la parabola del padre misericordioso. Dopo averla ascoltata, uno dei ragazzi ha notato come questo padre si è comportato in un modo a suo dire esagerato.
In quella parola, “esagerato”, aveva capito già tutto di come Dio si comporta!”. La cappella del carcere è dedicata a don Pino Puglisi, ucciso da Cosa Nostra nel 1993 per il suo impegno nel sottrarre i giovani al crimine. “C’è una foto di don Pino sorridente e, sotto, la frase di Salvatore Grigoli, uno degli assassini, in cui racconta come don Pino gli abbia sorriso mentre lo uccidevano, di come questo sorriso ha lavorato dentro il suo cuore fino a portarlo a cambiare vita. Ogni ragazzo che entra dentro la chiesa per prima cosa vede il sorriso di don Pino, che è anche il sorriso di Dio, e capisce come la propria vita è degna di quel sorriso, è degna di essere voluta”.









