di Errico Novi
Il Dubbio, 17 maggio 2021
Da appena un mese l'Italia ha recepito la Direttiva Ue sulla presunzione d'innocenza: in attesa di norme che la attuino, va riscoperta la sobrietà. E adesso? Recepita nell'ordinamento italiano la direttiva 343 dell'Unione europea, col suo portato di censura per le violazioni della presunzione d'innocenza, cambierà qualcosa? Difficile dirlo.
Le tentazioni mediatiche della magistratura inquirente potrebbero tanto ridursi quanto prescindere dal nuovo quadro giuridico, comunque modificato con l'approvazione in Parlamento, avvenuta lo scorso 22 aprile, della legge di delegazione europea 2019-2020, la numero 53 del 2021. In quel più ampio testo è inserita appunto la delega al governo sul recepimento dell'ormai "celebre" direttiva europea 343 del 2016 sulla tutela delle persone accusate e sulla presunzione della loro innocenza.
Non siamo ancora dinanzi a preclusioni tassative per i pm, e neppure vale adesso la pena di inoltrarsi fra i cespugli delle ricadute, della giurisprudenza, delle possibili pronunce che sull'abuso mediatico delle Procure (e non solo) potrebbero venire dalla Cassazione. Ma forse qualche pronostico in chiave "politica" si può azzardare. Sia sugli ulteriori passi del legislatore, sia sulla tendenza che potrebbe registrarsi innanzitutto nelle rappresentanze della magistratura, e poi magari nei singoli inquirenti.
Riguardo al primo aspetto, vanno ricordate alcune iniziative assunte soprattutto da parte di Forza Italia e di Azione, il gruppo politico guidato da Carlo Calenda. In particolare con emendamenti che entrambi i partiti hanno depositato lo scorso 27 aprile in commissione Giustizia alla Camera, dov'è in discussione il ddl sul processo penale.
Certo, il vettore normativo scelto ha bisogno di correre, ed è già rallentato dalla crisi permanente sulla prescrizione. Marta Cartabia non vuole complicare ulteriormente una discussone già impegnativa, ma non si può escludere che il ministero della Giustizia, dove opera, con la guardasigilli, anche un sottosegretario attentissimo alle garanzie come Francesco Paolo Sisto, possa dedicare al contrasto del processo mediatico un ddl a parte.
E in ogni caso, non è detto che si debba per forza attendere una nuova legge. Certo, servirebbe. Eppure non è insensato confidare ancor prima in una virata, da parte delle Procure, nei rapporti coi media e dunque nella "pubblicità" delle loro indagini. Non si può escludere che la crisi di autorevolezza apertasi nell'ordine giudiziario a partire dal caso Palamara suggerisca una riscoperta della sobrietà, sia nella politica associativa, con un'Anm dunque meno esposta e più attenta a occuparsi solo delle questioni che davvero la chiamano in causa, sia nei singoli magistrati inquirenti.
I quali potrebbero avvertire la necessità di rendersi meno visibili, meno protagonisti sui giornali, meno audaci nel cercare la ribalta mediatica per rafforzare le accuse. Insomma, tra gli effetti collaterali dell'infinita crisi delle toghe potrebbe esserci quello di una loro maggiore prudenza. Alcune norme intanto sono già sul tavolo. Sono state elaborate da alcuni deputati storicamente attenti alla tutela del diritto di difesa e delle garanzie per gli accusati: in particolare, il capogruppo di Forza Italia in commissione Giustizia alla Camera Pierantonio Zanettin e il deputato di Azione Enrico Costa, già viceministro a via Arenula.
Il primo ha annunciato, lo scorso 27 aprile, che fra le modifiche al ddl penale depositate da FI, e che saranno discusse in commissione di qui a poche settimane, sono previste norme che proibiscono le conferenze stampa dopo gli arresti e addirittura le interviste ai pm quando le indagini sono in corso. Si propone il divieto di citare i nomi degli inquirenti e di pubblicare le loro foto negli articoli di cronaca giudiziaria. Ipotesi impegnative, che forse non potranno essere tutte tradotte in leggi condivise dall'attuale maggioranza. Ma come si vede, lo sforzo di attuare con norme tassative la direttiva 343 è già in atto, è forse ha solo bisogno d tempo per affinarsi.
Sarebbe difficile opporsi a un'altra proposta dell'azzurro Zanettin, che prevede di "ripulire" il web e i social network dai nomi delle persone ingiustamente accusate, una volta accertata la loro innocenza. Qui l'intervento è urgente, visto che nei giorni scorsi lo stesso Garante della Privacy ha dichiarato l'impossibilità di cancellare, considerate le leggi vigenti, i nomi degli indagati: al massimo si possono deindicizzare i contenuti digitali che li riportano, ha spiegato l'authority.
Anche Enrico Costa propone emendamenti che prevedono la cancellazione dal web dei dati relativi alla persona che è assolta o prosciolta. E poi avanza un'idea che merita senz'altro di essere "esplorata": l'istituzione della "autorità Garante per la tutela della presunzione di innocenza". Ancora, il responsabile Giustizia di Azione chiede un ripensamento di quanto stabilito con l'ultimo decreto intercettazioni, che ha esplicitamente autorizzato la pubblicazione delle ordinanze dei gip. Secondo Costa, tale licenza non solo andrebbe subito rimossa, ma si dovrebbe anzi dare finalmente consistenza al reato di pubblicazione arbitraria degli atti giudiziari, previsto all'articolo 684 del codice penale: oggi può essere "oblato" con il versamento di poche decine di euro, per il parlamentare di Azione invece i giornalisti andrebbero puniti "con una pena pecuniaria che va da un minimo di 50mila a un massimo di 150mila euro". Ancora, a indagare sulle fughe di notizie relative alle indagini, propone Costa, dovrebbe essere una Procura diversa da quella in cui si è verificata la violazione.
È prematuro pronosticare quali delle idee di Zanettin e Costa potranno trovare spazio nel ddl penale o comunque in altre iniziative di questa legislatura. È sicuro invece che il clima sul punto è cambiato. E tutto sta a capire se i magistrati, consapevoli del fatto che il contesto è meno agevole innanzitutto per loro, precorreranno persino, con le condotte quotidiane, i tempi del legislatore.











