di Michele Ainis
La Repubblica, 23 aprile 2022
Uno strumento eccezionale per tempi eccezionali è divenuto una routine, il nuovo abito delle nostre istituzioni. Con quali conseguenze? L’emergenza è per sua natura temporanea, come la fiamma d’un cerino. Noi invece stiamo sperimentando l’emergenza permanente: dopo il Covid, la guerra. E lo stato d’emergenza - strumento eccezionale per tempi eccezionali - è divenuto una routine, il nuovo abito delle nostre istituzioni. Con quali conseguenze?
Primo: la rottura degli argini temporali eretti dall’ordinamento. Dice il codice della protezione civile (articolo 24): “La durata dello stato di emergenza di rilievo nazionale non può superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi”. Quindi massimo due anni, e una sola proroga, a leggere la norma parola per parola.
Sennonché la dichiarazione dello stato d’emergenza, in nome della pandemia, fu decisa dal secondo governo Conte il 31 gennaio 2020; venne poi prorogata per 6 volte; si è estesa per 26 mesi (fino al 31 marzo 2022). Quanto alla guerra in Ucraina, il governo Draghi ha dichiarato lo stato d’emergenza “per intervento all’estero” il 25 febbraio scorso, con una durata di tre mesi; ma il 28 febbraio, dopo tre giorni appena, lo ha già prorogato al 31 dicembre 2022.
Secondo: la stagione del disordine, nelle regole e nelle competenze. Durante il lockdown, ne offrì prova l’imponente conflitto tra poteri centrali e locali, con quella pioggia di provvedimenti contrastanti di ministri, governatori, sindaci. Tuttavia la confusione s’iscrive nello stesso Dna dello stato d’emergenza. Difatti il codice della protezione civile (articolo 25) permette che le ordinanze adottate per fronteggiare la situazione di pericolo dispongano “in deroga ad ogni disposizione vigente”, sovvertendo perciò la gerarchia delle fonti normative.
Ma l’esperienza fin qui maturata ha messo in crisi pure la certezza del diritto. Con l’abuso dei Dpcm, atti individuali del presidente del Consiglio, sottratti al controllo della Consulta e del capo dello Stato. E con l’eclissi delle assemblee legislative, benché la Costituzione (articolo 78) ne faccia il perno del sistema durante la massima emergenza, ossia in caso di guerra. Invece il Parlamento ha approvato soltanto 14 provvedimenti emergenziali sotto il governo Conte, 18 con Draghi; e si è trattato di altrettante conversioni di decreti, eccetto una legge del marzo 2021 che istituiva la Giornata in memoria delle vittime da coronavirus. Insomma, l’emergenza riflette uno stato di disordine, ma a sua volta lo alimenta.
Terzo: l’emorragia di regole e precetti. In Italia, un vecchio male, su cui però l’emergenza ha agito come una lente d’ingrandimento, moltiplicandone gli effetti. E i dati raccolti da Openpolis sono fin troppo eloquenti. Difatti la gestione della pandemia ha stimolato l’adozione di 929 atti normativi dalle sole istituzioni nazionali, con una media di 34 al mese, equamente suddivisi fra il secondo governo Conte (507) e il gabinetto Draghi (422). Quasi sempre decisioni individuali, firmate da un commissario o da un ministro: quello della Salute (374 atti), il capo della Protezione civile (125), ma perfino il ministro dell’Agricoltura (3 atti).
Da qui un ulteriore corollario dello stato d’emergenza: l’accentramento del potere, che relega sotto un cono d’ombra qualsiasi organismo collegiale, dal Parlamento ai Consigli comunali. E il potere solitario ordina, sanziona, dispone per decreto.
Quarto: la paura. Un sentimento collettivo, che contagia e plasma le stesse istituzioni. C’è un pericolo, dunque un nemico; e allora ti difendi con dispositivi di protezione individuale (ieri le mascherine, oggi l’acquisto di bunker antiatomici: 700 richieste in Lombardia) ma al contempo offendi, diventi più aggressivo. Contro i cinesi ritenuti responsabili del virus, ciò che a suo tempo propagò un’ondata d’odio, costringendo alla chiusura decine di ristoranti orientali. Contro i russi per le colpe di Putin, sicché - per dirne una - i tennisti russi vengono esclusi dai tornei.
Da qui la militarizzazione del dibattito pubblico, da qui l’antico riflesso d’affidare la salvezza a un dictator, a un capo militare. Accadde già nella storia romana, quando Cincinnato ne fu un celebre esponente. E accade pure adesso, anche se né Conte né Draghi avrebbero il physique du rôle.









