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recensione di Francesco D'Errico*

 

Il Dubbio, 17 settembre 2020

 

L'analisi di Gaetano Insolera nel libro "Declino e caduta del diritto penale liberale". Quando è cominciato il declino del diritto penale liberale? Da quando, cioè, è iniziata l'inarrestabile transizione da un modello di impostazione garantista a un sistema fondato sull'ideologia giudiziaria?

Gaetano Insolera, ordinario di diritto penale e direttore della scuola di specializzazione per le professioni legali "E. Redenti" nell'Università di Bologna e avvocato penalista presso il Foro di Bologna, non ha dubbi: l'inizio della fine, almeno da un punto di vista politico, è da individuare nel passaggio da prima a seconda Repubblica. Tesi illustrata nel suo "Declino e caduta del diritto penale liberale" (Edizioni Ets, pp. 180, 2019, 17 euro).

Secondo il professore, infatti, se è vero che nessuno dei partiti di massa fosse erede di culture politiche pienamente garantiste, è altrettanto innegabile che vi fossero in Parlamento e nelle istituzioni "illustri esponenti del liberalismo politico" e giuristi di alto profilo, anche in parte riassorbiti dal sistema dei partiti (soprattutto dalla democrazia cristiana), la cui presenza aveva "un effetto socializzante", tale da spingere "anche i poco garantisti ad adottare progressivamente almeno un linguaggio garantista". Questa influenza positiva, tuttavia, inizia ad incrinarsi già dagli anni 70, nel periodo della legislazione d'emergenza, momento in cui prende il via "l'insediamento permanente di un diritto penale differenziato" e si forma il cosiddetto doppio binario, che si estenderà poi negli anni a "settori sempre più vasti di criminalità".

Dalla fine degli anni 80, inoltre, l'antimafia comincia la sua trasmutazione e da "risposta legislativa di contrasto a un fenomeno criminale che aveva assunto dimensioni, audacia e ferocia intollerabili" diviene un "dover essere della politica". È in quel frangente che si impone, come mai prima, una narrazione fondata sulla "poetica congiunta di Antimafia e Antipolitica", in cui la questione della lotta alla criminalità organizzata si è trasformata in una "questione morale" da agitare contro il nemico politico di turno: "pronta è l'invettiva delatoria e infamante", che oggi trova nella rete il suo habitat di riproduzione e di diffusione ideale.

Dunque, antimafia come antipolitica ma anche come "un laboratorio di quello che è un più generale spostamento di poteri nelle mani degli uffici di Procura" che "dispongono ormai di un formidabile armamentario per infliggere penalità effettiva" e godono del "costante supporto di informazione ormai drogata dalle ricostruzioni accusatorie". Infine, antimafia come "una coperta da stendere su ogni fenomeno criminale che desti allarme sociale", fondato su un 416bis in continua espansione, a causa di un concetto liquido di mafia, sempre meno tassativo e sempre più malleabile, dovuto, ça va sans dire, alla più generale crisi del principio di legalità. Dalla legislazione d'emergenza a Mani Pulite, cresce la centralità del potere giudiziario, a scapito di quello del Parlamento.

Durante Tangentopoli, in particolare, scoppia irreparabilmente la crisi dei partiti che, dopo la disfatta giudiziaria, subiscono la venuta della democrazia dei leader, fase caratterizzata in materia penale dall'abuso della decretazione d'urgenza, dalla crisi della riserva legis e dallo scontro tra i poteri, di cui Silvio Berlusconi è il più lampante esempio.

A seguire, i governi tecnici, poi la parentesi renziana, connotata da una spinta personalistica simile a quella berlusconiana e ancora, soprattutto, la rapida ascesa penta- stellata, inversamente proporzionale allo stato di salute dello Stato di Diritto. Questo, dunque, il lungo percorso del declino, la cui inarrestabile prosecuzione è rappresentata da quella che il professore chiama discesa nel "maelström" del populismo penale, fase ufficialmente inaugurata dal governo giallo- verde. Da quell'esperienza, sostiene Insolera, "il volto del sistema penale già deturpato da anni di progressivo ossequio a pulsioni illiberali, ne esce sfigurato".

Il libro si conclude all'insediarsi del nuovo esperimento giallo- rosso, con considerazioni fondate su un ragionevole pessimismo a cui il presente da oggi ragione, data la totale assenza di discontinuità in ambito penale rispetto all'esecutivo precedente. Insomma, mala tempora currunt, ma bisogna darsi da fare, ché l'alternativa è aspettare Godot.

*Presidente Associazione "Extrema Ratio"