di Franco Giubilei
La Stampa, 26 dicembre 2020
Dal Kosovo all'Italia: quei minori schiavi dei mercanti di uomini. Il capo della procura dei minori di Trieste: "Almeno 200 casi l'anno". Dopo un contratto di lavoro fittizio finiscono nelle fila della criminalità. Arrivano in Italia lungo le rotte clandestine dei Balcani al ritmo di circa duecento all'anno. Sono kosovari o albanesi, ma soprattutto hanno poco meno di 18 anni, il che permette loro di essere accolti nel nostro Paese in quanto minorenni, almeno in un primo tempo. Un'organizzazione criminale basata in Kosovo ne gestisce il traffico al prezzo di 3.500 euro per ogni migrante, ma la cosa non finisce qui: ben presto, al compimento dei 18 anni, un'offerta di lavoro proveniente da imprese edili di dubbia consistenza garantisce a questi ragazzi un requisito fondamentale per ottenere il permesso di soggiorno. A questo punto, col documento in mano, il gioco è fatto e i giovanissimi scompaiono dai radar: dove finiscano e cosa facciano è un mistero, il fatto che in parte siano destinati a circuiti illegali quasi una certezza.
L'allarme su una situazione che si protrae da cinque anni viene dal capo della procura dei minori di Trieste, Leonardo Tamborini, competente per la tutela e il collocamento degli under 18 stranieri non accompagnati: "Si è sviluppato questo flusso di minorenni dal Kosovo e, in minor misura, dall'Albania. Hanno tutti poco meno di 17 anni e mezzo, arrivano qui via Serbia, Ungheria e Austria, oppure dalla Slovenia. Non sono ragazzi che scappano, sono loro stessi a raccontarci che pagano 3.500 euro per il viaggio in Italia". La legge per loro prevedrebbe un percorso di inserimento che, nei pochi mesi che li separa dalla maggiore età, non ha veramente modo di svolgersi, permettendo però il raggiungimento dell'obiettivo principale: "Fanno solo in tempo a fare brevi corsi di alfabetizzazione da qualche decina di ore in cui imparano a mala pena l'abc, tanto che nei processi alcuni hanno bisogno dell'interprete", aggiunge il magistrato.
E così la conoscenza minima dell'italiano, anch'essa determinante per il permesso di soggiorno, sulla carta è garantita. Finché non compiono 18 anni e "magicamente arriva un'offerta di lavoro da un'impresa edile gestita da un connazionale, aziende gestite a loro volta da kosovari che quasi di sicuro non hanno neanche visto il soggetto da assumere", spiega il capo della procura dei minori. Il permesso di restare in Italia ora è conquistato e i neomaggiorenni svaniscono nel nulla: "Spariscono da tutto, statistiche comprese - dice Tamborini.
Sappiamo che una parte va fra Lombardia e Veneto, alcuni restano nel Triestino, alcuni si raggruppano in bande di giovanissimi, a volte pericolose, saldate dalla forte identità nazionale e dal fatto che non sono minimamente integrati nella nostra realtà".
Il magistrato ha portato la vicenda all'attenzione dei ministeri interessati, Interno, Lavoro e Salute, ma senza risultati: "Non ho avuto alcun segnale di inversione di rotta". Non è neanche questione di norme insufficienti, dipende invece da come le leggi vengono applicate, anche perché "se basta una lettera di offerta di lavoro da un'impresa di cui non si sa niente, questo secondo me è solo un requisito apparente".
Bisognerebbe verificare per chi lavorano questi ragazzi, se lo fanno sul serio e dove vanno a vivere, ma tutto questo resta sconosciuto. Sulle probabilità che entrino in un brutto giro, il procuratore allarga le braccia: "Il fatto di non saperlo è già fonte di preoccupazione". Le ultime modifiche ai decreti sicurezza non hanno cambiato una virgola, mentre l'organizzazione kosovara continua a fare affari d'oro: il traffico di ragazzi frutta 700 mila euro l'anno e le uniche indagini finora sono state avviate dalle autorità di Pristina.











