di Filippo Miraglia*
La Repubblica, 3 gennaio 2023
Dove finisce la responsabilità e comincia l’attaccamento al potere è difficile dirlo. Il mantra della governabilità ha rappresentato la stella polare di gran parte delle forze politiche di centro sinistra nel nostro Paese, a partire dal Pd.
Se si partecipa alla competizione per governare e dirigere un Paese, è corretto voler vincere. Ma per fare cosa? Se arrivare al governo è il fine ultimo, spesso diventa determinante come ci si arriva, soprattutto se non si ha una identità chiara.
Sapere che c’è differenza tra governi di diverso orientamento non distoglie il nostro sguardo dalle ingiustizie e dal perseguire l’interesse di chi è vittima di quelle ingiustizie.
Se fai politica, se sei impegnato nello spazio pubblico a qualsiasi livello, hai l’ambizione non solo di stare dalla parte giusta, ma di influire sulle scelte collettive modificandole.
Ci sono domande ineludibili cui chi fa politica e si candida a governare ha il dovere di rispondere chiaramente. Domande che danno senso alla parola sinistra e che obbligano a scegliere tra una via liberal democratica fedele al turbocapitalismo, che ha dimostrato essere un modello sbagliato e ingiusto, o una social democrazia che rimuova gli ostacoli, come dice l’art. 3 della Costituzione, usando ogni leva possibile, a partire da quella fiscale, per promuovere uguaglianza.
Pensate che la precarietà lavorativa e lo sfruttamento siano accettabili in funzione della ricerca di uno sviluppo che ha prodotto in questi anni uno spostamento enorme di ricchezza dai più poveri verso i più ricchi, aumentando la povertà? I nostri giovani preferiscono andare all’estero a fare lo stesso lavoro che potrebbero fare in Italia perché le condizioni di lavoro sono migliori negli altri Paesi. Che proposte ci sono? Salario minimo? Fisco più equo?
Il riscaldamento del pianeta che preoccupa milioni di ragazzi e ragazze in tutto il mondo è una vostra preoccupazione o come sempre proponete la politica dei due tempi: in attesa di invertire la marcia, andiamo avanti con l’energia da fonti fossili? Per fare fronte all’emergenza determinata dalla guerra, sempre rincorrendola senza guardare al futuro, siete ancora disposti a fare accordi con qualsiasi regime che calpesti ogni giorno i diritti umani?
Il razzismo dilagante lo si affronta con la dottrina Minniti, che ha inventato il Codice per le ONG, inaugurando la stagione della criminalizzazione del salvataggio in mare e prodotto la legge Orlando Minniti, che riduce il diritto ad un equo processo solo per i richiedenti asilo, cioè rincorrendo le argomentazioni e i metodi della destra xenofoba, per “rispondere alle paure delle persone”, alimentandole, o si punta ai diritti e all’uguaglianza, promuovendo regole giuste ed efficaci? Dal 2002 ad oggi nessuno dei governi di centro sinistra ha abolito la Bossi Fini; al contrario si è teso a consolidare l’idea che, riducendo lo spazio dei diritti degli stranieri, l’Italia e l’Europa sarebbero state migliori. I provvedimenti e le iniziative di governi, parlamento e spesso anche di sindaci democratici, con poche e ininfluenti eccezioni, non sono state in grado di arginare l’egemonia culturale della destra xenofoba, sulla quale, soprattutto tra le fasce della popolazione più in difficoltà e nelle tante periferie del Paese, si è sedimentato un sentimento di odio, appena attenuato dalla pandemia e dalla crisi energetica legata alla guerra, utile per costruire carriere politiche e fortune elettorali.
I corpi intermedi, che quotidianamente si confrontano con le contraddizioni della società, hanno un peso nella definizione delle scelte di una forza di sinistra? Quando un partito di sinistra deve prendere decisioni importanti si confronta con chi rappresenta pezzi importanti di società o tiene conto solo di quel che si dice sui media mainstream?
Se l’astensionismo è così alto e crescono coloro che votano facendosi guidare da promesse populiste, forse queste domande, e tante altre non meno importanti, non ricevono risposte credibili e alternative a quelle delle destre e il dibattito politico è in gran parte concentrato sui nomi e sui posizionamenti personali e di gruppi e non sulle proposte concrete, che diventano un corollario delle dinamiche di potere. La gara per chi vincerà le primarie del Pd ci interessa, ma è davvero un lusso in un’epoca che ha bisogno di gruppi dirigenti che si mettano al servizio dell’interesse pubblico e di un’alternativa possibile. È in gioco la cultura di questo Paese e il futuro dell’Ue. Il tempo per scegliere è oggi e non lo si può fare senza essere consapevoli degli errori commessi e cambiando decisamente direzione.
*Vicepresidente Arci nazionale











