di Alessandro Barbano
Il Dubbio, 30 ottobre 2024
Si ammazzano come killer spietati per quella che gli stessi inquirenti chiamano una supremazia simbolica. Sono figli di camorra o piuttosto di Gomorra? Al punto in cui siamo arrivati, l’interrogativo è tutt’altro che peregrino. C’è qualcosa di sottovalutato nella guerra dei quindicenni napoletani. Non sono apprendisti di un’organizzazione criminale verticistica e innervata nel territorio. Sembrano piuttosto emuli di una pedagogia noir, transitata dalla realtà alla cronaca, dalla cronaca al mito, e dal mito di nuovo alla realtà. Non gettano la loro vita per il pizzo dei commercianti o per il controllo delle piazze di spaccio, ma per il fascino del comando e di una sfida alla morte. Sembrano l’esito di una circolarità maligna, che dovrebbe interrogarci sull’adeguatezza dei mezzi con cui si fronteggia, o piuttosto si concima inconsapevolmente, un fenomeno così grave e a suo modo unico nel Paese. Non si tratta di colpevolizzare, o peggio, di censurare Saviano, la sua letteratura seriale o piuttosto il cinema. Ma abbiamo il dovere di chiederci se quel racconto, in assenza di contrappesi, sia diventato un circuito di idealizzazione del male e di identificazione per ragazzi senza famiglia e senza riferimenti civili. Chi sono i padri, gli zii e i fratelli maggiori degli adolescenti armati che si contendono la notte di nessuno a Napoli? Sono genitori emigrati all’estero, detenuti, tossicodipendenti, atomi di una diaspora sociale o di una crisi criminale e familiare che li condanna alla fuga o alla marginalità, ai fallimenti personali, alla guerra tra poveri per occupare un alloggio popolare. In questo deserto di codici elementari di socialità, prima ancora che di valori, il romanzo criminale della tv e del cinema potrebbe aver ricucito al rovescio l’io disgregato di almeno due generazioni. Anche perché nella sua proiezione sui social network Gomorra si fa gomorrismo, accentua l’ammiccamento ai suoi eroi negativi, esalta l’alone di invincibilità che li circonda come una nube di illusioni, di fronte alla quale la solitudine di un genitore o di un insegnante, quando pure ci sono, scopre la sua frustrante impotenza. Bisogna oggi chiedersi se la lotta alla baby criminalità di Napoli non debba essere anche sfida a un mito noir, interiorizzato passivamente, che si fa, a modo suo, identità collettiva.
Ma come si sfida un mito? Basterà la rituale riposta repressiva dello Stato, la militarizzazione della città, il controllo capillare dei suoi bassi, il giustapporsi di burocrazia e tecnologia della sorveglianza, che continuano a crescere senza sosta sotto i tanti acronimi dell’infrastruttura poliziesca? Basterà la retorica di una legalità autoreferenziale, che parla solo ai già buoni, e suscita diffidenza e irrisione tra i cattivi, i veri destinatari delle pedagogie di contrasto al crimine? Temiamo che non bastino, anzi che siano parte di un problema sociale così incistato da apparire una piaga cronica irrisolvibile.
C’è di questi tempi, a Napoli, chi intravede con irenica fiducia un cambio di paradigma delle politiche pubbliche. Ma una svolta reale, su questo campo di gioco, vorrebbe dire mettere in piedi una task force dell’educazione civile, che intervenisse trasversalmente su tutti i processi di formazione della gioventù, dalla famiglia alla scuola, dalle piazze di aggregazione reale e virtuale ai servizi sociali, con una capacità di mappare selettivamente il disagio e il rischio e di disarmarli con un’offerta di cultura, di modelli alternativi, di occasioni concrete. Ma per costruire un’infrastruttura così articolata, così pervasiva e al tempo stesso sapientemente selettiva e rispettosa delle libertà individuali, occorrerebbe dismettere l’elefantiaco apparato repressivo, tagliando una buona volta i suoi costi parassitari per investire in strategie educative e formative mirate.
Non solo vuol dire avere meno scorte, meno intercettazioni, meno manette e più maestri, più educatori, più psicologi. Ma imprimere al magistero formativo una concretezza non puramente declamatoria. Un esempio per spiegarlo: per combattere la dispersione scolastica, non servono corsi pomeridiani di teatro a cui partecipino solo coloro che la scuola la frequentano già, ma una mappatura esatta del fenomeno e un intervento quasi sartoriale sugli studenti, sulle famiglie e sui contesti sociali coinvolti. Quando finalmente si prenderà atto che la politica di contrasto al crimine fin qui perseguita è servita più a foraggiare chi ci lavora dentro che a sostenere e a proteggere le società meridionali, allora si potrà iniziare a costruire una politica capace di mettere al centro lo sviluppo affettivo e l’educazione alla vita di comunità dei giovani. Solo a quel punto non avremo più motivo di temere Gomorra.











