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di Michele Farina


Corriere della Sera, 21 marzo 2021

 

Kyal Sin aveva 19 anni, era l'Angelo di Mandalay e li è morta mentre protestava contro il golpe dei militari: è diventata il volto simbolo di una generazione che in tanti Paesi, con innocenza e consapevolezza, ha scelto di sfidare il potere autoritario.

Una maglietta nera con la scritta bianca, "Everything will be Ok", una maschera da sub che anziché a guardare i pesci doveva servire a proteggerla dai lacrimogeni. Gli ultimi minuti della vita di Kyal Sin luccicano in un video che ha fatto il giro del mondo: una giovane donna di diciannove anni con i capelli raccolti che guida un gruppo di pacifici dimostranti lungo una strada di Mandalay, mercoledì 3 marzo 2021, un mese e due giorni dopo il golpe con il quale i militari hanno dato un calcio alla fragile, imperfetta democrazia birmana. Dal fondo della via le forze di sicurezza fanno partire i primi spari. Molti ragazzi appaiono disorientati, ed è Kyal Sin a rassicurarli con la sua voce decisa: "Siamo uniti?". La risposta è una canzone che rinsalda i cuori: "Uniti, uniti". Uno del gruppo, Myat Tu, poi racconterà di come la sua giovane amica con la maglietta nera l'avesse convinto ad abbassarsi: "Sta' giù, o i proiettili ti colpiranno".

In prima linea - Il giorno dopo erano migliaia al suo funerale. Kyal Sin, conosciuta come Angel, è una delle decine di vittime della repressione birmana 2021. Molti dei caduti di queste settimane sono ragazze e ragazzi. Volti incontaminati che agli occhi dell'opinione pubblica internazionale hanno preso il posto di un simbolo ingombrante e imbarazzante come quello di Aung San Suu Kyi, la storica Signora della speranza che per non inimicarsi i generali ha finito per rendersi corresponsabile dei loro crimini, per esempio nei confronti del popolo Rohingya e di altre minoranze. Ma la cosiddetta Generazione Z, nata a cavallo del milennio, è in prima linea non soltanto nel Paese che i generali amici della Cina e del Giappone hanno ribattezzato Myanmar. In diversi luoghi caldi del mondo dove è in gioco la libertà, dalla Russia al Sudamerica, dall'Africa a Hong Kong passando per l'Egitto, accade che a metterci la faccia e il petto siano anche - e talvolta soprattutto - i giovani e giovanissimi. Si potrebbe sostenere con più di una ragione che questa è una costante anagrafica di tante rivoluzioni e di mille resistenze umane. Eppure c'è qualcosa che unisce, rendendoli a loro modo unici nella storia, i ragazzi e le ragazze come Kyal Sin. Innocenza e consapevolezza, praticità e idealismo, fantasia e tecnologia. E una precocità disarmante, che li/le rende veterani/e (o martiri) mentre sulla carta non dovrebbero essere altro che teenager alle prime armi tutti/e Instagram e smartphone. Il loro tempo non è lineare, si muove a salti, fughe in avanti e scatti di lato: è la tensione tra un futuro che non è mai parso così smisurato e l'urgenza di un presente con il fiato corto. Un tempo di lungimirante impazienza.

La tenerezza - Così l'Angelo di Mandalay indossava una maglietta con quella scritta ottimista, da vecchio reggae caraibico o da inizio pandemia ("Tutto andrà bene"), ma intanto agli amici mandava messaggi indicando il suo gruppo sanguigno, nel caso fosse rimasta ferita. Ma non ha avuto bisogno di trasfusioni, Kyal Sin. È morta sul colpo, per un proiettile alla testa, nel giorno in cui molti teenager sono stati uccisi in tutta la Birmania. Su Facebook aveva chiesto per ogni evenienza che i suoi organi fossero donati. Al funerale, la zia ha trovato parole semplici e forti: "Sono triste, ma so che loro cadranno presto. La nostra lotta vincerà". Fa tenerezza, questa saldatura familiar/generazionale tra una nipote e una zia. Kyal Sin era una cultrice di taekwondo e amava ballare al DA-Star Dance Club di Mandalay, hanno raccontato gli amici. Aveva votato orgogliosamente per la prima volta l'8 novembre scorso, alle elezioni che avevano visto la sconfitta netta del partito dei generali. In una foto Angel bacia il dito con l'inchiostro viola, segno dell'avvenuta votazione: "Ho fatto il mio dovere per il mio Paese". Tra i suoi doveri non ci doveva essere quello di farsi ammazzare dai militari golpisti un mercoledì mattina. E certo nella rabbiosa naturalezza con cui i giovani come Kyal Sin mettono in conto l'eventualità della morte c'è il mucchio di aspettative che hanno alimentato le loro brevi vite. Ci sono le cose non vissute: i ragazzi birmani non hanno patito la paura e il terrore che hanno reso guardinghi i genitori. Sprigionano un'energia contagiosa che risale le generazioni e alla quale si aggrappa un'intera comunità come nella saga di Hunger Games, con quel saluto a tre dita incredibilmente diventato il segno onnipresente della resilienza dei birmani contro gli antichi potenti.

La rabbia - Aspettative mancate: nella rabbia dei giovani tunisini che in questo inizio 2021, lontano dai riflettori internazionali, hanno urlato la loro frustrazione (disoccupazione al 36%) c'è anche la delusione per le promesse dissolte di quella rivoluzione dei gelsomini che dieci anni fa era stata l'unica fioritura duratura delle "primavere arabe". Certo è indubbio che a Tunisi come a Mosca i giovani protestino perché tutto sommato gli è permesso farlo, non si spara sulla folla come si è pronti a fare altrove. In Siria non si mobilitano i figli dei ragazzi che nel marzo 2011 scesero in strada per chiedere riforme a Bashar Assad, perché o sono morti o sono profughi o sono nipotini del regime. In Egitto la repressione del governo Al Sisi impone il silenzio e colpisce capillarmente il dissenso prima che diventi massa critica. La violenza della repressione ha sempre le sue gradazioni territoriali, così come la forza delle proteste ha molte sfumature. Nella sfida giovanile ai niet delle autorità costituite ci può anche essere una certa dose di strafottenza, la curiosità di andare oltre il limite imposto, un impegno minimo o casuale che si focalizza strada facendo. "Voi ce lo proibite e proprio per questo noi lo facciamo". Tra le decine di migliaia di manifestanti scesi nelle strade gelate delle città russe alla fine di gennaio per chiedere la liberazione dell'oppositore Alexsej Navalny c'erano tanti giovani e una fetta mai vista di teenager. Kirill Prokofiev, studente di storia all'università di Kostroma, a nord di Mosca, ha raccontato al New York Times: "Conosco ragazzi che non avevano alcuna intenzione di manifestare in favore di Navalny. Ma quando hanno sentito di tutti quei divieti, hanno deciso di sfidarli". Nella città di Yekaterinburg, l'insegnante Irina Skachkova ha raccontato come hanno risposto gli studenti di una scuola superiore a una domanda sul presidente Vladimir Putin: "Putin ha un palazzo costruito con soldi rubati, Putin è un ladro".

Le accuse - Milioni di persone hanno visto il film-report di 113 minuti sulla reggia segreta di Putin che Navalny ha messo su YouTube prima di rientrare in Russia per farsi arrestare. La storia di quel palazzo ha colpito molto anche i giovani, sottolineano gli osservatori di cose russe, li ha colpiti probabilmente più delle rivelazioni sull'avvelenamento dell'oppositore da parte dei servizi di sicurezza legati al Cremlino. La povertà e la ricchezza, e la crescente forbice delle disuguaglianze, sono molle cruciali della Generazione Z: ma anche nel 2017, quando i ragazzi di Mosca bloccarono le strade della centralissima Tverskaya, il fattore scatenante era stata l'inchiesta del solito Navalny sulle finanze sospette dell'allora premier Medvedev. E rispetto a quattro anni fa, oggi i social network hanno una forza e una leggerezza che sfuggono alle maglie della censura (non solo) in Russia. I video con l'hashtag #Navalny alla vigilia delle grandi proteste di sabato 23 gennaio hanno raccolto 800 milioni di visualizzazioni. La mobilitazione dei ragazzi via TikTok si è rivelata imprendibile per la polizia. E anche molto divertente: in una clip che ha ottenuto mezzo milione di like una giovane donna impartisce lezioni di inglese ai manifestanti. Argomento: come passare per americani in caso di contatto ravvicinato con la polizia, come pronunciare la fatidica frase e farsi rilasciare sventolando la minaccia di chiamare un avvocato: "I'm gonna call my lawyer".