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di Mauro Bazzucchi

Il Dubbio, 26 settembre 2025

Nel suo intervento all’assemblea delle Nazioni Unite, la presidente del Consiglio ha attaccato i “giudici politicizzati”, con un occhio al referendum. C’è un filo rosso che lega il Palazzo di vetro a Palazzo Bachelet. All’assemblea generale dell’Onu, Giorgia Meloni non ha solo parlato di guerra e pace. Ha portato fin dentro la sede delle Nazioni Unite la battaglia politica che forse in questo momento più le sta a cuore: quella contro la magistratura “politicizzata” e per il sì al referendum sulla separazione delle carriere. In un intervento dai toni duri, la presidente del Consiglio ha messo nel mirino giudici e convenzioni internazionali, denunciando un sistema incapace di reggere alle nuove sfide della migrazione irregolare.

Per molti osservatori non è stata solo una presa di posizione su scala globale: è stato il vero debutto della lunga campagna elettorale referendaria. Meloni ha scandito che le regole nate decenni fa per tutelare i diritti fondamentali “non esistevano in un’epoca di migrazioni irregolari di massa” e che, se interpretate “in modo ideologico e unidirezionale da magistrature politicizzate”, finiscono per calpestare il diritto invece che affermarlo. Il messaggio è chiaro: il problema non sta solo nei trafficanti, ma anche in una giustizia che, secondo il governo, frena il contrasto all’immigrazione clandestina.

Rivolgendosi al consesso mondiale, Meloni ha quindi ribadito che l’Italia non è sola, che il tema è stato sollevato con altri paesi europei e che si tratta non di abbassare le garanzie, ma di aggiornarle ai tempi. Un passaggio che ha fatto rumore dall’altra parte dell’oceano perché, se è vero che la premier ha toccato anche i dossier più prevedibili - dal conflitto russo- ucraino all’escalation in Medio Oriente - l’attacco ai giudici ha assunto un significato politico ben preciso. Al centro non c’era tanto la diplomazia internazionale quanto il referendum confermativo sul ddl Nordio, che si terrà con ogni probabilità in primavera.

Separazione delle carriere, depoliticizzazione della magistratura, equilibrio tra poteri: sono i temi che Palazzo Chigi vuole trasformare in un plebiscito a favore del governo, senza però ripetere l’errore che fece Matteo Renzi mettendo sul piatto il proprio mandato. E quale migliore occasione per lanciare il messaggio, se non dal palco più importante del mondo? La scelta non è casuale. I sondaggi in mano a Palazzo Chigi danno grosso modo un testa a testa. E la campagna per la giustizia è considerata dalla stessa maggioranza la più delicata e strategica. Portare il dibattito all’Onu significa proiettare l’immagine di una premier che difende la sovranità nazionale contro giudici e convenzioni “superate”, trasformando una riforma interna in un tema globale. L’obiettivo è mobilitare l’elettorato di centrodestra e parte di quello moderato, sensibile al legame tra sicurezza, confini e giustizia. Il ragionamento è semplice: se l’Italia viene frenata nella difesa dei suoi confini, la colpa non è solo dei trafficanti ma anche di chi, nelle aule giudiziarie, interpreta le leggi contro lo spirito della nazione.

Un messaggio che risuona bene con l’elettorato e che consente a Meloni di saldare insieme due piani - quello della politica estera e quello della politica interna - in una narrazione unica. È così che l’intervento di New York si è trasformato in un manifesto politico, un atto di campagna elettorale anticipata.

La reazione non si è fatta attendere. Dall’Associazione Nazionale Magistrati è arrivato un laconico “nulla da dichiarare”, ma il silenzio è stato eloquente. Le opposizioni invece hanno colto la palla al balzo. In particolare Elly Schlein, che alla Camera ha attaccato frontalmente la premier: “Non si era mai visto un presidente del Consiglio usare il palcoscenico internazionale per attaccare opposizioni e giudici. Giorgia Meloni è andata a New York per dividere la nazione”. Un’accusa durissima, che fotografa bene la frattura politica che la riforma della giustizia sta alimentando. Per la leader del Pd, Meloni rischia di trascinare la politica estera italiana dentro una contesa tutta interna, trasformando un discorso che dovrebbe essere di coesione nazionale in un’arma di scontro.

“Meloni esca dalla megalomania”, ha aggiunto Schlein, con toni che restituiscono il clima incandescente destinato ad accompagnare la lunga marcia verso il referendum. Nella maggioranza, al contrario, l’uscita della premier viene letta come una mossa opportuna. Parlare all’Onu di giudici politicizzati e di riforma della giustizia significa blindare un terreno che per il centrodestra è identitario e mobilitante. Non solo immigrazione e sicurezza, dunque, ma anche una narrazione che mette in discussione le stesse regole del gioco, trasformandole nel cuore della sfida referendaria.

La premier ha scelto dunque di giocare in attacco, lanciando la campagna non dalle piazze italiane ma dallo scranno più autorevole. In questo modo ha imposto il tema ai media, costringendo opposizioni e magistratura a reagire. Una strategia che rivela quanto il governo punti tutto sulla riforma della giustizia, considerata la chiave per consolidare il consenso e presentarsi alle elezioni europee con una vittoria referendaria in tasca. Il messaggio è arrivato forte e chiaro: Meloni ha portato la giustizia italiana al centro del mondo. Non per rafforzare i tavoli diplomatici, ma per trasformare l’assemblea generale dell’Onu nell’anteprima di una battaglia politica interna. Da oggi la campagna referendaria non si gioca più solo nei talk show o nei comizi: si combatte anche nelle aule internazionali.