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di Francesca Spasiano

Il Dubbio, 4 luglio 2026

Ancora una volta la Cedu bacchetta l’Italia in tema di violenza di genere. E ancora una volta lo fa censurando la “cultura sessista e stereotipata” che continua a serpeggiare nelle aule di giustizia, con il rischio di esporre le donne che denunciano a una vittimizzazione secondaria. Come avviene ed è avvenuto nell’ultimo caso esaminato dalla Corte di Strasburgo, che ha condannato il nostro Paese per aver agito male e con ritardo in una vicenda di violenza domestica. A “stupire” i giudici, si legge nella sentenza pubblicata il 2 luglio, sono le parole utilizzate da una pm di Benevento.

La quale, nel richiedere l’archiviazione del procedimento, aveva sostenuto che fosse difficile dimostrare la non consensualità del rapporto all’interno della coppia perché è “normale che gli uomini debbano superare quel livello minimo di resistenza che tutte le donne tendono a manifestare, nella stanchezza quotidiana, di fronte a un approccio sessuale del marito”. Il coltello alla gola? “Un brutto scherzo”, a parere del pubblico ministero. Per il quale anche le violenze nei confronti dei figli erano da considerare misure disciplinari che non avevano ecceduto il diritto del padre di esercitare l’autorità genitoriale.

Protagonista della storia è A. Ubeda, una cittadina francese trasferitasi in Italia che ha avuto dall’uomo due bambini, ad oggi di 12 e 15 anni. La prima denuncia risale al 2021, quando la donna racconta le violenze fisiche e psicologiche subite dal compagno. Nello stesso anno il Gip respinge la richiesta di archiviazione e dispone nuove indagini. Il caso viene affidato a un altro magistrato, e si arriva così all’udienza preliminare del 2024, quando l’uomo viene rinviato a giudizio: l’accusa è di violenza sessuale e maltrattamenti.

Passano altri mesi, e un rinvio dopo l’altro la prima udienza viene fissata a gennaio 2025. Ma non si terrà mai, sottolinea la Corte di Strasburgo, che contesta all’Italia la violazione degli articoli 3 e 8 della Convenzione Edu. Il primo sancisce il “divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti”, il secondo è volto a tutelare “il diritto al rispetto della vita privata e familiare”. Ed entrambi, secondo i giudici, sono stati disattesi da un procedimento che non ha soddisfatto i requisiti di un’indagine “tempestiva”, “approfondita” e “efficace”.

“Nel complesso, le autorità italiane non hanno riconosciuto le complesse dinamiche della violenza domestica e non ha fornito una risposta proporzionata alla gravità dei fatti”, scrive la Corte. Per la quale, ad aggravare il quadro c’è il fatto che madre e figli siano rimasti per oltre tre anni in un rifugio, senza che si prendessero in considerazione misure diverse e adeguate alla situazione. Nella prima fase nessun provvedimento avrebbe riguardato il padre, per il quale il Tribunale per i minorenni ha ordinato la revoca della responsabilità genitoriale solo nel 2024, “più di tre anni dopo che la ricorrente aveva presentato il suo ricorso”, e “senza affrontare le restanti richieste relative all’autorizzazione al trasferimento in Francia e all’importo da versare a titolo di mantenimento”. Tutto ciò ha causato un grave danno alle tre vittime, che saranno risarcite con 15mila euro ciascuno, più un totale di 15mila euro di spese legali.

“Tenuto conto dello specifico pericolo sociale rappresentato dalla violenza domestica e della necessità di combatterla attraverso un’azione efficace e deterrente, lo Stato, nella sua risposta alla violenza subita dai ricorrenti, non ha adempiuto in modo sufficiente al proprio obbligo procedurale di garantire che la violenza a cui erano stati sottoposti fosse trattata in modo adeguato”, scrive la Corte. Che lamenta “l’incapacità” di accertare l’eventuale responsabilità penale dell’uomo e “l’inazione ingiustificata” rispetto al destino della mamma e dei bimbi, la cui permanenza prolungata nel rifugio “ha comportato una significativa ingerenza nei loro diritti e nelle loro libertà, soprattutto in considerazione delle norme operative restrittive” del luogo.

Censurati modi e tempi, un capitolo a parte riguarda la “qualità” del procedimento. Su cui la Corte è molto netta. “Sottolineando che le decisioni basate su stereotipi contribuiscono all’accettazione della violenza domestica”, si legge ancora nella sentenza, la Cedu “ritiene che l’approccio adottato dal pubblico ministero rifletta esattamente le valutazioni effettuate dal GREVIO, laddove rileva la tendenza a dare credito a stereotipi e credenze comuni che considerano una relazione intima come intrinsecamente basata sulla sottomissione/sopraffazione e possessività. A questo proposito, la Corte condivide le preoccupazioni espresse dal GREVIO circa la possibilità che le vittime di violenza domestica possano continuare a subire vittimizzazione secondaria nelle aule di tribunale”.

Il richiamo è al Gruppo di esperti sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa, ma anche alla Convenzione di Istanbul, ratificata dal Parlamento italiano nel 2013, che fissa standard molto precisi a cui adeguare le normative interne. In particolare in materia su stupro e consenso, su cui la censura della Cedu nei confronti della Francia aveva portato alla svolta dello scorso gennaio, quando Parigi ha detto finalmente addio al “dovere coniugale” insito nel codice civile, sancendo che il consenso, anche dopo il matrimonio, non è mai per sempre.