di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 16 giugno 2025
Ormai esiste un modello ricorrente con piattaforme opache, algoritmi manipolabili e attori esterni capaci di influenzare milioni di persone. Quando nel giugno 2016 il Regno Unito votò per uscire dall’Unione europea nessuno aveva previsto la vittoria dei leave. Istituti di sondaggi e media tradizionali erano infatti convinti che la Gran Bretagna non avrebbe compiuto un simile salto nel buio. Ma chi già allora navigava nei meandri dei giovani social network sapeva che nel Paese tirava tutto un altro vento.
E dopo il clamoroso responso delle urne l’Occidente prese atto per la prima volta che la rete non è soltanto un’arena neutrale dove scambiare opinioni, ma uno spazio attivo, manipolabile, spesso opaco, dove si combattono guerre silenziose. Fu un voto inatteso e, in parte, paradossale.
L’emblema di quel paradosso è racchiuso a Ebbw Vale, una cittadina di ventimila abitanti a nord di Cardiff. Un tempo centro nevralgico dell’industria siderurgica britannica, nel tempo è diventata uno dei simboli del declino postindustriale. Negli anni 60, l’acciaieria dava lavoro a più di 14.000 persone; nel 2002 erano rimaste in 450.
Eppure, nel periodo precedente la Brexit, la città aveva beneficiato di cospicui fondi europei: un nuovo college da 33 milioni di sterline, un centro sportivo, infrastrutture moderne. L’Unione Europea, da sola, aveva finanziato progetti per oltre 350 milioni. Ma il 62% dei residenti votò per lasciare l’Ue, una delle percentuali più alte in tutto il Regno Unito. La giornalista Carole Cadwalladr realizzò una folgorante inchiesta sugli elettori di Ebbw Vale: quasi tutti attribuivano all’Ue la causa di ogni male, la crisi economica, la disoccupazione e, naturalmente, l’immigrazione fuori controllo. Poco importa che Ebbw Vale registrasse uno dei tassi di immigrazione più bassi di tutto il Galles. Qualcosa non tornava. Molte persone intervistate le parlarono di Facebook, di video e post sponsorizzati che circolavano in rete in modo virale bastonando l’Europa, post senza fonte, senza firma, ma con un’efficacia cento volte superiore a quella dei classici organi di informazione.
Quel modello si sarebbe ripetuto, con varianti locali, in tutto l’Occidente. Nello stesso anno della Brexit, le elezioni americane vedono la vittoria di Donald Trump, preceduta da una massiccia attività di propaganda su Facebook, Twitter e YouTube. Secondo il rapporto Mueller, agenzie vicine al Cremlino avevano diffuso milioni di contenuti falsi, in larga parte rivolti a polarizzare l’elettorato su temi come razza, religione e armi. Anche lì, target mirati, pubblicità ambigue, algoritmi compiacenti. Una democrazia digitale manipolata nell’ombra. Un modello affine si è osservato in Polonia, dove il partito Diritto e Giustizia ha fatto largo uso di social media per promuovere la propria agenda conservatrice e anti- LGBT, con il supporto di piattaforme digitali che hanno amplificato contenuti discriminatori, spesso sotto forma di meme o video virali rivolti ai più giovani.
L’ultimo caso in ordine di tempo riguarda la Romania e in particolare la figura di Sebastian Georgescu, influencer ultraconservatore ferocemente anti-Ue, anti-Nato e smaccatamente filo- russo. Nel dicembre 2024, la Corte costituzionale rumena annulla le elezioni presidenziali che vedono Georgescu arrivare in testa al primo turno; secondo i giudici di Bucarest avrebbe beneficiato di aiuti esterni e illegittimi, in particolare da parte della Russia attraverso una massiccia operazione di disinformazione sulla piattaforma TikTok.
Secondo i servizi segreti rumeni, circa 25.000 account TikTok pro-Georgescu sono stati attivati improvvisamente due settimane prima del voto, con contenuti che hanno raggiunto milioni di utenti, contribuendo alla sua ascesa da perfetto sconosciuto a favorito del primo turno. Inoltre, è emerso che l’imprenditore Bogdan Pe?chir detto “l’Elon Musk dei Carpazi” ha sborsato oltre un milione di euro per sponsorizzare contenuti anti europei su Tik Tok.
L’annullamento delle elezioni in Romania rappresenta un precedente storico, essendo il primo caso in cui un paese dell’Ue ha invalidato un’elezione a causa di interferenze straniere attraverso i social media. L’ episodio evidenzia le vulnerabilità delle democrazie moderne di fronte alle nuove forme di guerra ibrida e alla manipolazione digitale, sollevando interrogativi sulla responsabilità delle piattaforme online e sulla protezione dei processi elettorali da influenze straniere.
La Romania, come l’Ebbw Vale del 2016, è un caso esemplare di quanto la percezione possa essere manipolata più della realtà. Anche qui ci sono fondi europei, infrastrutture costruite grazie all’Ue, investimenti per l’inclusione e la digitalizzazione. Ma ciò che resta nella memoria collettiva, ciò che orienta il voto, è spesso ciò che si legge, o meglio si subisce, nel flusso di un feed. Il nodo, ormai, non è più solo tecnico, ma politico e culturale.
Le piattaforme digitali sono diventate attori geopolitici, capaci di determinare i processi elettorali. Quel che resta è la consapevolezza che la posta in gioco non è una singola elezione, ma il funzionamento stesso della democrazia. L’algoritmo decide cosa vediamo, la rete decide cosa sentiamo, la disinformazione decide cosa temiamo. Sta a noi decidere se continuare a ignorarlo o iniziare finalmente a reagire.











