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di Carlo Pizzati


La Stampa, 13 febbraio 2021

 

Dalla Bbc ai social media, quando regimi e autocrati spengono le voci libere. Pechino bandisce la tv inglese, l'India minaccia Twitter, a Varsavia e Mosca leggi anti-Facebook. Sempre più governi nel mondo temono il dissenso e oscurano vecchi e nuovi mezzi d'informazione.

In questo momento si sta combattendo una battaglia planetaria per il controllo dell'informazione tra Stati autoritari (ma anche qualcuno di più democratico) e social media (e anche qualche network tv). È uno scontro per stabilire chi ha il diritto di controllare le informazioni ed entro quali limiti. Da una parte troviamo interventi di censura in Cina, India, Birmania, Polonia, Ungheria e Russia, ma anche nel Regno Unito. Dall'altra parte, Facebook, Twitter e Instagram, spalleggiati da Google e Amazon.

La notizia più immediata è che la Bbc è stata bandita dalla Cina. I firewall dell'Internet cinese rendono già difficile vedere i programmi dell'emittente britannica nelle case dei cinesi, ma da oggi nemmeno nel milione di stanze d'albergo e di quartieri per stranieri ci si potrà sintonizzare sulla Bbc. La motivazione ufficiale è l'aver trasmesso un reportage sulle donne di etnia uigura che denunciavano stupri di massa nei grandi campi di "rieducazione". La Bbc, secondo l'Amministrazione nazionale per la radio e la televisione cinese, è "faziosa e imprecisa nel suo giornalismo che danneggia il senso di unità etnica della Cina". In realtà, si tratta di una ritorsione. Una settimana fa, la Ofcom britannica, ente che regola le trasmissioni tv e radio, aveva ritirato la licenza dell'emittente di Stato China Global Television Network perché è controllata dal Partito comunista cinese. E, secondo il regolamento britannico, le tv che trasmettono nel Regno Unito non possono essere controllate dai partiti. Si tratta, in verità, di una presa di posizione aggressiva contro Pechino da parte del governo di Boris Johnson, che si schiera con la linea americana. L'ex presidente Donald Trump, difatti, un anno fa aveva limitato il numero di reporter cinesi negli uffici di corrispondenza americani delle cinque emittenti statali di Pechino. In risposta, la Cina aveva fatto espellere dozzine di corrispondenti del Wall Street Journal, Washington Post e New York Times.

Ma la vera guerra, ora, non si combatte nel censurare i reciproci mezzi di informazione tradizionali, bensì nel controllare il flusso di comunicazione dei social media. Il governo indiano, che blocca spesso tutti i collegamenti Internet nelle zone delle proteste come il Kashmir o l'Assam, ha già vinto una battaglia minacciando i dirigenti di Twitter a Delhi di arresto e reclusione fino a sette anni se non avessero bloccato centinaia di account degli agricoltori che scioperano alle porte della capitale. Twitter si è dovuta adeguare, violando i propri standard.

Il motivo principale del contendere è chi debba detenere l'autorità di censurare i post sui social. I generali golpisti della Birmania hanno subito chiarito che Facebook, utilizzato dalla metà dei suoi 53 milioni di abitanti anche per commercio e affari, deve adeguarsi alle normative dei militari, che hanno avanzato una proposta di legge per decidere loro quali post limitare su Facebook, Instagram, Messenger e addirittura controllare l'utilizzo di WhatsApp. Immediate le proteste dell'Asia Internet Coalition, che raggruppa Facebook, Google, Amazon e Apple: "Una minaccia significativa alla libertà d'espressione che rappresenta un passo repressivo dopo anni di progressi". Ma il punto è: chi ha diritto di censurare i post? I proprietari dei social o i governi?

Ancora più preoccupante la sfida che si svolge in Europa. In Ungheria, il governo conservatore propone una legge con multe salate contro Facebook perché censura i post della destra. Il premier Viktor Orban teme infatti di venire bandito dai social come l'amico Trump, cosa che potrebbe pregiudicare la sua ri-elezione. Così si è mosso d'anticipo. Judith Varga, ministra della Giustizia, accusa Facebook di "limitare la visibilità delle opinioni cristiane, conservatrici e di destra".

E in Polonia, Sebastian Kaleta, viceministro della Giustizia, ha proposto una legge con multe fino a undici milioni di euro per i social che non rimettono online i post di destra censurati "per proteggere le idee della sinistra". Intanto in Russia, dove la protesta contro l'arresto del leader dell'opposizione Aleksey Navalny si è mobilitata grazie ai social, Vladimir Putin ordina al governo di preparare nuove leggi che limitino il potere di Facebook, Twitter e Instagram, compreso l'obbligo per le ditte di Silicon Valley di avere degli uffici a Mosca, così da monitorare le scelte sui post da censurare. E far pagare le conseguenze a manager e dipendenti.

È una battaglia importante, che determinerà il futuro di una delle basi del concetto di democrazia, quello della libertà d'espressione. Per questo l'Unione europea, che ieri ha denunciato l'oscuramento della Bbc in Cina, sta cercando di convincere sia Silicon Valley sia gli Stati membri ad aderire a normative comuni: ma potrebbe essere troppo tardi, perché i social media, in diversi fronti globali, si trovano già a dover proteggere il proprio diritto al controllo dei post da molte spallate dei governi.