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di Mario Giordano


Panorama, 14 ottobre 2020

 

In carcere averne uno è il segno del comando. Ai detenuti italiani ne sono stati sequestrati 1.761. E l'anno non è finito. Aprile scorso. Su Rtc, web tv della Campania, va in onda uno dei programmi più seguiti del palinsesto, Casa Bonavolta. Gli ascoltatori mandano foto e saluti in diretta.

Alle 11.03 sullo schermo passa la foto di due ragazzi, allegri e sorridenti. Non ci sarebbe niente di male se i due non fossero detenuti al carcere Airola di Benevento. E la domanda sorge spontanea: non è che si stanno collegando in diretta dalla cella?

Per altro i due non sono detenuti qualsiasi. Uno è Ciro Urzillo, arrestato per avere ucciso a bastonate una guardia giurata, insieme ad alcuni amici, soltanto per rubargli l'arma. L'altro è Aniello Iaquino, baby killer soprannominato "Senz'Anima" da quando, appena 16enne, ha sgozzato e fatto a pezzi due persone, insieme allo zio, per una banale questione di sigarette. Mentre la foto dei detenuti passa sul video, la conduttrice parla tranquillamente del coronavirus. E, ironia della sorte, invita tutti a seguire le regole.

Ineccepibile, per carità. Ma farebbe ridere se, proprio in quel momento, ci fosse qualcuno che le regole le viola, collegandosi alla tv dalla sua cella. Per altro pare che canali simili alla web tv siano usati spesso per far passare messaggi e minacce. Non si tratterebbe, insomma, solo della vanità di due giovani che si pavoneggiano sullo schermo. Si tratterebbe del segnale di chi comanda. E che vuol far capire che comanda.

Non a caso nei mesi scorsi sono circolati molti video dall'interno delle carceri, in cui i boss mostravano apertamente il loro volto. Chi conosce bene il mondo delle carceri non ha avuto difficoltà a interpretare il significato di quelle immagini: i boss, in pratica, volevano segnalare che avevano in mano la situazione. Poche settimane prima si erano scatenate le rivolte nelle carceri. Le rivolte si erano placate all'improvviso.

E centinaia di boss mafiosi erano stati scarcerati, con seguenti polemiche e decreti riparatori. Ho citato questi episodi per ricordare che il telefonino nelle carceri assume un significato particolare. Non è solo un mezzo di comunicazione. È il bastone del comando. È il legame che non si spezza con la malavita che c'è fuori.

È la possibilità di continuare a far sentire la propria presenza nei clan. Si può dunque sorridere di fronte alla notizia che nel corso del 2020 in carcere sono stati consegnati illegalmente ai detenuti ben 1.761 cellulari, cioè quasi cinque al giorno? Io penso di no. Certo: è divertente il modo, tutto all'italiana, con cui i cellulari vengono introdotti nelle celle, sfruttando al massimo la nostra fantasia.

Qualche esempio? Ad Avellino i cellulari (ben 19) erano in fondo a una pentola. A Rebibbia (Roma) erano (due) dentro il formaggio e (quattro) dentro i salumi. A Carinola (Caserta) i cellulari (ben nove) erano addosso a un prete che stava entrando per celebrare messa. In alcuni penitenziari sono entrati con i droni, in altri lanciati dentro pietre di calcestruzzo. Alcuni li hanno nascosti dentro lo stomaco, altri dentro il deretano.

Il campionario dei nascondigli è infinito, anche grazie all'inventiva criminale che nel nostro Paese è un bene destinato a non passare mai di moda. Nei fumetti di un tempo c'era sempre qualcuno che nascondeva la lima per l'evasione dentro la classica torta. Oggi di torte ce ne sono di tanti tipi e al posto della lima c'è un telefonino, che vale più dell'evasione. Vale il potere.

Per questo dico che c'è poco da sorridere. Negli ultimi anni la crescita dei telefonini trovati nelle carceri è stata esponenziale: 394 nel 2018, 1.204 nel 2019, 1.761 nel 2020, che pure non è ancora finito. Un dato così preoccupante che nell'ultimo Consiglio dei ministri, il Guardasigilli Alfonso Bonafede ha chiesto e ottenuto di introdurre un nuovo reato nel codice, proprio per sanzionare chi fa entrare un cellulare in carcere.

La pena prevista è severa: fino a quattro anni di reclusione. La decisione non può non confortare chi, come il sottoscritto, pensa che il carcere debba essere sì un luogo di socialità e di rieducazione, ma non per questo si debba trasformare in una chat delle cosche. Dalla banda armata alla banda larga, insomma, sarebbe bene mettere in mezzo qualche paletto.

Anche se ci viene un sospetto: se il Guardasigilli vuole davvero lottare contro la diffusione dei telefonini fra i detenuti, perché in aprile aveva firmato con la Tim un accordo per distribuirne loro 1.600? L'impressione è che per fare la teleselezione dalla cella, non ci sia nemmeno bisogno di passare per la fantasiosa via del formaggio, dei salumi o delle pentole. Consegna a domicilio, dietro le sbarre. Con il patrocinio del ministero.