di Maurizio Crippa
Il Foglio, 7 agosto 2025
Centoventi chilometri, un’indubbia esperienza di libertà e anche di grande valore simbolico e spirituale, “come segno di un reale percorso di cambiamento”, per usare le parole di don Massimo. Non un’uscita premio, per quanto sorvegliata e accompagnata, ma un vero cammino spirituale, interiore, condiviso, durante il quale queste tre persone stanno raccogliendo pensieri, riflessioni, persino preghiere. Le annotano su un’agenda bianca. L’obiettivo è consegnarla oggi di persona a Papa Leone. Saprà farne tesoro, lui che fra i primi ricordi di Papa Francesco ha voluto proprio citare tutte le volte che ha varcato i cancelli di una prigione.
L’iniziativa inedita, fortemente voluta dai responsabili del carcere veneziano e sostenuta dal patriarca Francesco Moraglia, porta con sé anche un significato civile più ampio: serve a ricordare la finalità di reinserimento sociale, e non solo punitiva, che la Costituzione assegna alla pena detentiva. Ma l’aspetto spirituale, personale, è l’obiettivo che don Massimo sottolinea: “Dare fiducia a chi ha sbagliato significa anche creare le condizioni per un ritorno alla società come cittadini consapevoli”.
Il cambiamento personale possibile. La memoria di Francesco, ovviamente: “Ci è piaciuto far vivere loro l’esperienza del cammino legata al Giubileo, idea che si è rafforzata dopo la morte di Papa Francesco. Andremo a rendere omaggio alla sua tomba, soprattutto a quanto lui si è speso per la popolazione delle carceri”. È chiara la “speranza che il carcere venga ripensato come struttura e proposta e se possibile arrivare a vivere senza il carcere, cioè pensando a un sistema alternativo”.
Negli ultimi giorni è entrata nel linguaggio politico-giornalistico una nuova espressione: il “metodo Giubileo” applicato anche all’emergenza sempre più drammatica delle condizioni carcerarie. È stato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, a usarla per primo. Se il “modello Giubileo” - la collaborazione bipartisan tra governo di destra e sindaco di Roma di sinistra per la riuscita del grande evento (ma non dovrebbe essere semplicemente normale?) - ha funzionato per la gestione della città nell’anno santo, perché non provare la stessa collaborazione, oltre gli schieramenti, anche per questa emergenza che da tempo ha oltrepassato i limiti dell’inciviltà?
Applausi più o meno convinti dalla politica, tra i primi Pier Ferdinando Casini, ma che l’offerta di collaborazione su questo tema venga dal governo più panpenalista e carcerario della storia repubblicana è un indiscutibile segno. In più, la novità politica è che la spinta è venuta direttamente dal presidente del Senato, Ignazio La Russa, che di fronte al collasso degli istituti di pena ha proposto, più che un “modello Giubileo”, un “modello Covid” emergenziale contro il sovraffollamento: “Le condizioni civili devono essere previste per chiunque, soprattutto per chi è in carcere, per chi è nelle mani dello stato: se lo stato ha il dovere di punire chi sbaglia, ha il dovere di assicurare condizioni civili per chi è detenuto”.
E il suo nuovo impegno su questo fronte può segnare una svolta, anche se La Russa ha detto, sornione: “Nonostante la mia modestissima moral suasion e l’impegno molto più importante dell’onorevole Rita Bernardini e di altri parlamentari, l’emergenza carceri non è stata affrontata con la dovuta celerità. Ma il tema ha cominciato a prendere piede anche tra i parlamentari con un’indole più securitaria”, una nuova attenzione cui non è estraneo, ha ricordato La Russa, l’impegno di “un mio amico”, che “in questo periodo è ristretto nelle carceri romane”. Non è certo un miracolo del Giubileo, è soltanto un sussulto di buon senso della politica. Ma dal cammino dei tre detenuti di Venezia che si concluderà domani viene chiaro anche il messaggio di un altro “modello Giubileo” possibile: quello che parte dalle persone e dal recupero della loro speranza.











