di Simone Cosimelli
Il Domani, 15 luglio 2026
Nel Novecento le destre antidemocratiche rimodellarono in senso razziale la convivenza civile. La poliedrica estrema destra contemporanea ha centrato l’obiettivo. Ha portato i suoi temi e i suoi toni nel dibattito pubblico. L’ultima tappa di questo percorso in divenire riguarda la remigrazione. Un termine nuovissimo che veicola una narrazione vecchissima. E forse un’ossessione antica: l’idea secondo cui la tenuta dell’unità nazionalpopolare dipende dall’uniformità etnorazziale, con i popoli occidentali chiamati a fronteggiare una minaccia esistenziale. Prospettive apocalittiche Già nell’Europa del XX secolo, prima e dopo la Grande guerra, si fecero largo ipotesi di futuro tragiche. Le destre antidemocratiche si convinsero che l’allentamento dei domini coloniali e i processi di democratizzazione fossero il sigillo del declino.
La fine della storia. In Francia, su spinta dell’Action française, montò l’ostilità contro categorie giudicate inassimilabili (stranieri, meticci, ebrei). In Germania, dove si saldava il nesso popolo-razza (Volk-Rasse), la ricezione del libro Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler favorì un’interpretazione fatalistica dell’avvicendarsi delle civiltà. Nella retorica della crisi, l’Europa era in fase terminale. Proprio per l’incubo della sostituzione etnica e lo spettro della sovversione, tuttavia, tra 1917 e 1922 si invocò lo Stato forte, il disciplinamento delle società, la blindatura dell’ordine gerarchico. Il mito della nazione fu scagliato contro il parlamentarismo. La battaglia per l’identità divenne lotta per la sopravvivenza: contro i nemici esterni (i barbari ai margini del mondo, pronti a prendersi tutto) e i nemici interni (i portatori di idealità alternative, dunque traditori antinazionali).
La rimodulazione dell’immaginario collettivo agevolò l’assalto al potere dei fascismi. I comitati “neri” di Vannacci intitolati ai gerarchi fascisti Il razzismo fascista Nel Ventennio si tentò di far coincidere i confini politici con quelli culturali, l’articolazione sociale con il vincolo razziale. Nel 1927, alla Camera dei deputati, Mussolini parlò della necessità di “vigilare seriamente sul destino della razza”. Nel 1934 pubblicò un articolo dal titolo: La razza bianca muore?. Questa la conclusione: “Si tratta di sapere se davanti al progredire in numero e in espansione delle razze gialle e nere, la civiltà dell’uomo bianco sia destinata a perire”. Si arrivò al segregazionismo nelle colonie, alla legislazione antisemita, alle invasioni militari. Se la rivista La Difesa della Razza cercò di promuovere un razzismo “scientifico”, la volontà di definire l’identità italiana per esclusione prese mille rivoli diversi.
Il mensile Razza e Civiltà, cauto sul razzismo biologico ma propenso al razzismo culturale, sostenne nel 1940: “Devono anche essere esaltati e difesi, come espressioni psicologiche della razza, gli usi e costumi delle varie regioni italiche, le spontanee melodie, le sagre paesane, le tradizioni popolari, in una parola tutti i fatti di ordine demo-psicologico. Anche attraverso l’arte, nei molteplici suoi aspetti, devono essere difesi i nostri valori razziali”. Una manciata di camerati della remigrazione deposita le firme: “Vannacci faccia approvare la nostra proposta di legge” Il posto della donna Il timore per la decadenza creò un intreccio inestricabile tra corpo delle donne e destino della nazione. Il regime fascista, facendo del numero il prerequisito della potenza, istituì un legame tra politica demografica, politica sociale e politica imperialista.
Mussolini stesso, alla seconda assemblea quinquennale del 1934, offrì una sintesi efficace delle finalità del fascismo: “La giornata della madre e del fanciullo, la tassa sul celibato e la sua condanna morale, salvo i casi nei quali è giustificato, lo sfollamento delle città, la bonifica rurale, l’Opera della maternità e infanzia, le colonie marine e montane, l’educazione fisica, le organizzazioni giovanili, le leggi sull’igiene, tutto concorre alla difesa della razza”. L’antifemminismo fascista, dopo l’irreggimentazione delle donne dall’infanzia alla giovinezza, si rivelò così una forza antitrasformativa posta a guardia della disuguaglianza vigente. La paura del declino e della contaminazione orientò l’azione liberticida di governo. L’essenza della militanza femminile confluì nel dovere di generare figli per la nazione. D’altro canto, nel Decalogo della Piccola Italiana riservato all’educazione delle ragazze dagli 8 ai 14 anni, si leggeva: “La donna italiana è mobilitata dal Duce al servizio della Patria”.
“Cittadinanza armata”: così la destra combatte i suoi nuovi nemici Il conto con la storia Oggi gli esponenti dell’estrema destra, anche se non lo sono, si presentano come audaci corsari che navigano controvento; ribelli in mezzo ai conformisti. Il loro accostamento ai fascismi del passato è talvolta schematico e inadeguato. Nel criticarli occorre tuttavia essere più ambiziosi. Chiedere conto di orizzonti teorici che sembrano avere radici profonde. Di lineamenti ideologici che spesso, se indagati, non risultano né originali né sofisticati.
La compressione dell’italianità dentro un modello precostituito, con una forte connotazione vittimistica, ha più di un punto di contatto con ciò che è già stato sperimentato. Perciò chi parla di remigrazione in senso tecnico-amministrativo, o nasconde dietro una parola contundente una visione rigida, non merita di essere liquidato con facili battute. Non dovrebbe però avere il privilegio di sottrarsi a un confronto serrato con la storia del Novecento. Un confronto che può essere scomodo anche per una “comunità politica che parla chiaro e agisce con serietà”, come si definisce Futuro Nazionale.









