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di Paolo Delgado

Il Dubbio, 19 giugno 2025

Bush jr. aveva mentito alle Nazioni Unite Putin e Netanyahu invece le ignorano. Dalla notte dell’attacco israeliano fioccano sui social e nei talk show i paragoni con la spedizione contro l’Iraq del 2003, giustificata allora da inesistenti “armi di distruzione di massa” che sarebbero state in possesso del dittatore iracheno Saddam Hussein. Allo stesso modo Israele, gli Usa e l’Europa impugnano il progresso dell’Iran nella costruzione della bomba atomica, che sarebbe stata a un passo, per legittimare l’attacco di Israele.

L’esistenza di alcuni elementi identici è palese ma le differenze sono più importanti e indicative. La prima è che le armi di Saddam erano effettivamente un’invenzione e le “prove” portate dagli Usa di fronte all’Onu costruite ad arte. È molto probabile che anche la prossimità dell’Iran all’atomica sia stata esagerata a bella posta. In compenso è altrettanto e anche più probabile che gli ayatollah mirassero e mirino davvero a quel risultato. Tutti, nelle cancellerie di tutto il mondo, sapevano perfettamente che Israele avrebbe colpito in anticipo ed è presumibile che a premere per l’attacco immediato sia stata la consapevolezza che momento migliore non ci sarebbe stato. Il discredito che circonda Israele per i massacri di Gaza è tale che l’attacco all’Iran è servito più a rompere l’isolamento che ad accrescerlo. Se Israele, uscito dalla guerra di Gaza con sulle spalle il peso di una condanna pressoché universale, si fosse imbarcata in una nuova guerra tra un paio d’anni le reazioni del mondo sarebbero state ben diverse.

In secondo è alla lunga ben più rilevante luogo, gli Usa ritennero nel 2003 necessario inventare delle prove che rendessero la loro azione consona al diritto internazionale. Il riconoscimento poteva essere solo formale ma si sa che le forme valgono quanto e a volte più della sostanza. La bugia di Bush jr. Lasciava almeno intatto il principio di un diritto internazionale che non poteva essere violato senza ulteriori spiegazioni neppure dalla prima potenza del mondo. Aggirava l’ostacolo rappresentato da quel diritto senza tuttavia negarne la centralità. In questo caso, come già in quello dell’invasione dell’Ucraina, a essere stato spazzato via è invece il concetto stesso di diritto: la giustificazione per l’attacco di Putin come per quello di Netanyahu è il solo fatto di sentirsi a torto o a ragione minacciati.

La terza differenza è il Regime Change. In Iraq e prima ancora in Afghanistan era l’obiettivo dichiarato, perseguito e ottenuto. In Iran è solo un auspicio, poco importa quanto sincero e quanto sbandierato a fini di propaganda. Né potrebbe essere altro, a meno di non immaginare un’invasione e l’ipotesi sembra al momento pura farneticazione. Il Regime Change mascherava gli interessi concreti che motivavano l’invasione dell’Iraq dietro la maschera del conflitto di civiltà e della esportazione della democrazia. La realtà è ora più cruda: che cambi o meno, il regime deve considerarsi a sovranità limitata sulla base dei puri rapporti di forza.

Le tre differenze tirano tutte nella medesima direzione. Israele, esattamente come la Russia di Putin, ha attaccato sulla base esclusivamente della sua convinzione di dover fronteggiare una minaccia, senza curarsi minimamente di rendere omaggio anche solo formale al diritto internazionale e con l’obiettivo c’è una ulteriore e sostanziale differenza. L’invasione dell’Ucraina era stata condannata e contrastata almeno da tutto l’occidente. Quella dell’Iran è stata applaudita, supportata e anzi ha addirittura spinto almeno per il momento in secondo piano la mattanza di Gaza. Per il motivo che ha esplicitata, con inaudita franchezza, il cancelliere tedesco Merz: “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti”.

Va da sé che se gli Usa entreranno in guerra, adottando le stesse modalità praticate da Netanyahu la crisi raggiungerà proporzioni ancora più ciclopiche e del resto le dichiarazioni del presidente americano sull’intenzione di annettere prima o poi la Groenlandia se non addirittura il Canada avevano già impresso una vigorosa spinta in quella direzione. Ma è difficile non addossare la responsabilità del declino del concetto stesso di diritto internazionale alle tre discutibili figure che guidano oggi gli Usa, la Russia e Israele. Il miraggio di poter trasformare quel principio in operativa legalità internazionale discendeva direttamente dalla costruzione di un nuovo ordine mondiale in sostituzione di quello della Guerra fredda. Fallita quell’impresa non è facile che il diritto internazionale, che dovrebbe esserne conseguenza e derivazione, diventi una realtà e non deperisca invece anche dal punto di vista dell’enunciazione di principio. Il problema è che però a mettere mano a un nuovo ordine mondiale, ora, dovrebbero essere proprio i leader che del diritto internazionale hanno deciso di fare carta straccia.