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di Lorenzo Marone

La Stampa, 25 marzo 2023

Negli istituti con le donne detenute ci sono figli che non hanno colpe. Ancora una volta sui loro diritti prevale il famelico bisogno di una giustizia da sceriffi che li sacrifica per colpire i genitori.

Io ci sono stato in un Istituto a custodia attenuata per detenute madri (comunemente chiamato Icam), ci sono stato in un assolato giorno di primavera del 2021, ho trascorso con i bambini di Lauro, in provincia di Avellino, qualche ora e ho cercato poi di raccontare la mia esperienza attraverso la forma di narrazione che prediligo, il romanzo. Le ricordo ancora bene le facce di quei bambini, le loro grida, la voglia e la fretta che avevano di giocare, di mostrarsi, di rendersi non più invisibili, forse. Ricordo la surreale sensazione, la contrapposizione tra i confini fisici intorno a noi e la libertà delle loro corse. E ciò che mi sento di dire, ciò che mi preme innanzitutto ricordare, adesso che la proposta di legge Siani, volta a tenere i bambini fuori dal carcere, è stata ritirata in Commissione Giustizia perché ostacolata a tal punto da divenire peggiorativa rispetto alla situazione attuale, è che tale proposta aveva il solo scopo di salvaguardare quei bambini.

Era stata ideata e costruita per garantire i diritti di questi a vivere un’infanzia il più possibile serena, era nata con l’intento di provare a salvarli dalla reclusione forzata alla quale sono invece costretti. All’interno degli Icam, è bene ricordarlo, prima ancora delle detenute, quindi di donne colpevoli di reati più o meno gravi, ci sono i loro figli, i bambini, che certamente colpevoli non sono. È di loro che si discute, del loro diritto a crescere in un ambiente non deprivato qual è quello di un carcere, seppur a detenzione attenuata. Questi Istituti, sorti proprio per venire incontro alle necessità dei piccoli, per far sì che potessero stare con le madri che scontavano un periodo di detenzione, si sono rivelati nel tempo inadatti, perché, sebbene nei cortili interni ci siano le giostrine e le guardie penitenziarie non abbiano divisa e non portino armi, restano comunque carceri, con le sbarre alle finestre e le porte blindate chiuse a chiave la sera alle ventidue, con barriere, grate, telecamere e serrature ovunque. Perché la detenzione resta detenzione. Non è un caso che, come mi raccontò l’allora direttore dell’Icam di Lauro, la prima parola di una bambina “ospite” dell’Istituto fu proprio “apri”.

Mi sembra che ancora una volta abbia prevalso il bisogno famelico di giustizia, di una giustizia “da sceriffo” di una certa parte politica e dell’elettorato che rappresenta. La volontà di punire viene, si direbbe, prima della volontà di salvare le vittime. I bambini sono sacrificati per colpire i genitori, che siano migranti su un barcone, che siano nati attraverso la maternità surrogata, che siano figli di donne colpevoli di reati, pagano loro in primis per le (eventuali) colpe dei padri e delle madri. In un mondo civile gli uomini dovrebbero potersi muovere liberamente, in un mondo civile i diritti si garantiscono, non si ostacolano, in un mondo sano i bambini sono messi al centro dalla politica.

A dispetto della propaganda di alcuni, in quel carcere nascosto tra i monti dell’Irpinia, come in ogni istituto penitenziario del Paese, non c’erano solo rom, c’erano donne di tutte le nazionalità: c’erano madri italiane, madri dell’est Europa, madri africane. Madri e basta. Madri con i loro figli. A questi bambini noi guardiamo oggi, per questi bambini chiediamo giustizia, anzi chiediamo una legge. Perché non può esserci giustizia senza legge, non può esserci giustizia al di fuori della legge. Perché la legge serve a garantire pari opportunità e uguale trattamento, serve a proteggere i più deboli, gli ultimi. E i bambini lo sono sempre di più, ultimi, nella nostra società.

Il disegno di legge Siani si proponeva di sostituire gli Icam con delle apposite case-famiglia, strutture da individuare tra i beni confiscati alle mafie, all’interno delle quali i bambini avrebbero potuto condurre una vita più serena, quasi ordinaria, senza esseri spinti, come spesso avviene oggi, come mi è stato da più parti raccontato, a nascondere ai compagni di scuola la propria provenienza, a raccontare bugie sulla propria condizione, a dire che “la mamma non c’è perché ha sempre mal di testa.”

Molti in questi mesi mi hanno detto di aver sperato in un finale diverso per il mio romanzo, ma che finale diverso avrei mai potuto scrivere, che lieto fine può mai esserci per questi ragazzi che trascorrono i primi anni della loro vita dentro un carcere? In che futuro dobbiamo sperare per loro se invece di aiutarli gli giriamo le spalle?

Nel cortile dell’Icam di Lauro mi venne incontro un bambino dalla faccia paffuta che in dialetto napoletano mi chiese di giocare con lui, per mostrarmi quanto fosse bravo nelle capriole, o ad arrampicarsi sullo scivolo al contrario. Per l’intera mattina che trascorsi lì, quel ragazzo simpatico non mi lasciò un attimo, e per tutto il tempo una bimba di cinque anni rimase a guardarci giocare dalla sua cella, il viso dietro le sbarre.