di Stefano Musolino e Giovanni Zaccaro*
Il Manifesto, 27 febbraio 2025
Sciopero dei magistrati. Decine di incontri con la cittadinanza organizzati per spiegare che la riforma Nordio non renderà i processi più veloci o le decisioni più giuste, ma separerà i pubblici ministeri dal potere giudiziario, con il pericolo che vengano attratti nella sfera di influenza del potere esecutivo. Lo sciopero è vissuto dai magistrati come una specie di tradimento della loro essenza. Abituati come sono a rendere il loro servizio, nonostante le pessime condizioni di lavoro e anzi supplendo all’inefficienza e all’inadeguatezza delle strutture che il ministero della giustizia dovrebbe garantire, scioperano mal volentieri. E, infatti, non protestano per difendere privilegi, né per chiedere migliori condizioni di lavoro, nonostante ce ne sia un gran bisogno. Piuttosto, scioperano per tutelare il diritto dei cittadini ad avere giudici e pubblici ministeri autonomi e indipendenti, all’interno di quell’assetto di delicati equilibri istituzionali che la Costituzione ha previsto e che la riforma Nordio vorrebbe destrutturare.
Perché solo giudici e pubblici ministeri davvero autonomi e indipendenti garantiscono l’uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge, consentono anche ai ceti meno abbienti di vedere tutelati i loro diritti, garantiscono i diritti fondamentali delle persone, anche dalle iniziative legislative che li pregiudicano.
Proprio per questo, i magistrati scioperano, ma non rimangono a casa, piuttosto partecipano alle decine di incontri con la cittadinanza organizzati per spiegare che la riforma Nordio non renderà i processi più veloci o le decisioni più giuste, ma separerà i pubblici ministeri dal potere giudiziario, con il pericolo che vengano attratti nella sfera di influenza del potere esecutivo o del potere legislativo, ossia siano sottoposti al controllo delle maggioranze di turno.
Se così fosse, si realizzerebbe il disegno di una magistratura non più autonoma ed indipendente ma al servizio di chi, ogni volta, vincerà le elezioni. Per questo, i magistrati saranno sempre più fuori dai Palazzi di giustizia, per diventare prossimi ai cittadini e spiegare loro quale sia la vera posta in gioco in questo progetto di riforma costituzionale. Non sappiamo quale sarà l’esito di questi confronti sobri, aperti e dialoganti.
Sappiamo però che non potevamo tacere, che è nostro dovere indicare all’opinione pubblica il pericolo che incombe sulla tutela dei diritti, per sollecitare un percorso verso una maggiore consapevolezza dei rischi della riforma. L’esito finale non dipenderà da noi. Riconosciamo il primato parlamentare e quello del voto popolare che eventualmente lo confermerà nel referendum costituzionale. Lo rispetteremo qualunque esso sia, ma lo faremo in pace con la nostra coscienza di magistrati costituzionali che si sono impegnati perché la scelta fosse informata e consapevole.
Perché solo giudici e pubblici ministeri davvero autonomi e indipendenti garantiscono l’uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge, consentono anche ai ceti meno abbienti di vedere tutelati i loro diritti, garantiscono i diritti fondamentali delle persone, anche dalle iniziative legislative che li pregiudicano.
Proprio per questo, i magistrati scioperano, ma non rimangono a casa, piuttosto partecipano alle decine di incontri con la cittadinanza organizzati per spiegare che la riforma Nordio non renderà i processi più veloci o le decisioni più giuste, ma separerà i pubblici ministeri dal potere giudiziario, con il pericolo che vengano attratti nella sfera di influenza del potere esecutivo o del potere legislativo, ossia siano sottoposti al controllo delle maggioranze di turno.
Se così fosse, si realizzerebbe il disegno di una magistratura non più autonoma ed indipendente ma al servizio di chi, ogni volta, vincerà le elezioni. Per questo, i magistrati saranno sempre più fuori dai Palazzi di giustizia, per diventare prossimi ai cittadini e spiegare loro quale sia la vera posta in gioco in questo progetto di riforma costituzionale. Non sappiamo quale sarà l’esito di questi confronti sobri, aperti e dialoganti.
Sappiamo però che non potevamo tacere, che è nostro dovere indicare all’opinione pubblica il pericolo che incombe sulla tutela dei diritti, per sollecitare un percorso verso una maggiore consapevolezza dei rischi della riforma. L’esito finale non dipenderà da noi. Riconosciamo il primato parlamentare e quello del voto popolare che eventualmente lo confermerà nel referendum costituzionale. Lo rispetteremo qualunque esso sia, ma lo faremo in pace con la nostra coscienza di magistrati costituzionali che si sono impegnati perché la scelta fosse informata e consapevole.
*Stefano Musolino è il segretario di Magistratura democratica, Giovanni Zaccaro è il segretario di Area democratica per la giustizia











