progettouomo.net, 1 ottobre 2026
Una nuova possibilità per i detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti: percorsi terapeutici in comunità, tra cura, riabilitazione e reinserimento sociale. La legge 140 del 2026 introduce una possibilità nuova per le persone detenute tossicodipendenti o alcoldipendenti con una condanna non superiore a otto anni: scontare la pena in detenzione domiciliare presso strutture specializzate nella cura e nella riabilitazione. A spiegare il significato e le prospettive della nuova normativa, nel programma Indipendente-mente di Rai Radio 1, sono stati Luciano Squillaci, presidente della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche, Claudio Leonardi, presidente della Società Italiana Patologie da Dipendenza, e Alfredo Mantovano, sottosegretario con delega alle politiche contro le dipendenze.
Per Squillaci si tratta di un vero cambio di paradigma. Il punto centrale, ha sottolineato, è non considerare la legge come uno strumento per “svuotare le carceri”, ma come una norma che riconosce alle persone con una dipendenza il diritto alla cura. La nuova disciplina colma una lacuna: come ha spiegato Mantovano, finora l’alternativa al carcere era principalmente rappresentata dall’affidamento in prova, con limiti di pena più bassi. La legge introduce ora una possibilità intermedia: la detenzione domiciliare in comunità, all’interno di una struttura residenziale specializzata. L’eventuale riduzione della popolazione carceraria diventa quindi una conseguenza del percorso di cura e di reinserimento, non la finalità principale della norma.
La legge prevede la possibilità di realizzare programmi residenziali e semiresidenziali presso strutture accreditate. Un elemento importante perché, come ha evidenziato Squillaci, non tutte le persone hanno gli stessi bisogni e non tutti necessitano dello stesso trattamento. Il percorso dovrà quindi essere costruito sulla persona, sulle sue condizioni e sulle sue esigenze terapeutiche. L’obiettivo è interrompere il circuito della dipendenza e favorire il recupero, riducendo anche il rischio di recidiva.
Secondo il dato citato da Squillaci durante la trasmissione, circa il 33% dei detenuti avrebbe bisogno di un percorso di cura e riabilitazione. Sul numero dei beneficiari è necessario essere prudenti. Mantovano ha spiegato che per il 2026 è stata ipotizzata una prima platea di circa 500 persone, con l’obiettivo di ampliare progressivamente l’intervento negli anni successivi e garantire alle comunità le risorse necessarie. Non si tratta però di un accesso automatico.
Come ha chiarito Leonardi, anche una platea potenziale più ampia non significa che tutte le persone potranno essere inserite in comunità: sarà necessario verificare l’effettiva condizione di dipendenza e l’idoneità al percorso terapeutico. Un passaggio decisivo riguarda ora la Commissione nazionale prevista dalla legge, che dovrà essere formalizzata e resa operativa per arrivare alle linee guida necessarie all’applicazione della normativa.
Come ha spiegato Squillaci durante la trasmissione, la Commissione rappresenta un ulteriore elemento importante della riforma: dovrà elaborare e formalizzare indicazioni comuni, così da evitare frammentazioni e differenze nell’applicazione della legge sul territorio nazionale. Le linee guida dovranno permettere di stabilire criteri condivisi per individuare le persone che possono realmente beneficiare del percorso in comunità e per integrare l’attività delle comunità terapeutiche con quella dei servizi pubblici. Si tratta quindi del passaggio che deve trasformare i principi della legge in procedure concrete e uniformi, garantendo che la nuova possibilità venga applicata con criteri omogenei in tutta Italia.
A dare un volto concreto al tema è stata la testimonianza di Joseph, ex detenuto oggi accolto in comunità terapeutica del Ceis di Genova. Durante la detenzione aveva continuato a fare uso di sostanze. L’ingresso in comunità ha rappresentato invece l’inizio di un percorso nel quale, racconta, ha trovato ascolto e strumenti per affrontare le proprie fragilità. La sua esperienza mostra il senso della nuova prospettiva: quando alla base del reato c’è una dipendenza patologica, la sola detenzione può non essere sufficiente a interrompere il problema. Un percorso terapeutico adeguato può offrire invece una possibilità concreta di recupero e reinserimento.
La legge 140 del 2026 apre quindi una possibilità nuova, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità di trasformarla in percorsi concreti e personalizzati. Serviranno risorse, strutture, linee guida condivise e collaborazione tra magistratura, servizi pubblici e comunità terapeutiche. Il vero obiettivo, come ha sottolineato Squillaci, è rimettere al centro la persona e il suo diritto alla cura. Dalla pena alla cura, dunque, non significa semplicemente uscire dal carcere: significa entrare in un percorso strutturato di terapia, riabilitazione e reinserimento sociale.









